<?xml version="1.0" encoding="UTF-8" ?>
<feed xmlns="http://www.w3.org/2005/Atom">
	<title>veleno</title>
	<subtitle type="html">
		
	</subtitle>

	<link rel="alternate" type="text/html" href="http://veleno.ilcannocchiale.it"/>

  <id>http://veleno.ilcannocchiale.it</id>
  <generator uri="http://www.ilcannocchiale.it/" version="1.0">Glamware 2.0</generator>
  <author>
    <name></name>
    <uri>http://veleno.ilcannocchiale.it</uri>
  </author>
  <updated>2010-08-01T14:52:08Z</updated>

    
      <entry>

        <title type="html"><![CDATA[Giulio Anselmi, l'Indipendente]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  <div align="justify"><div align="justify"><font face="Times New Roman" size="3"><img src="http://www.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/7373/38094_1541156772953_1355959182_1455827_7160720_n.jpg"><br><br><br>Giulio Anselmi è diventato direttore del La Stampa nel luglio del </font><br><font face="Times New Roman" size="3">2005. Un tipo bassotto, espressione statica. In televisione, quando va </font><br><font face="Times New Roman" size="3">da Bruno Vespa, inquadrato seduto sulla sua poltrona, mezzo busto, </font><br><font face="Times New Roman" size="3">sembra Leonida Breznev alla sfilata del 1° Maggio a Mosca. Sguardo </font><br><font face="Times New Roman" size="3">immobile, nessun batter di ciglia, zero sorriso, la bocca si muove per </font><br><font face="Times New Roman" size="3">parlare lasciando intatti i muscoli facciali. Quando è entrato per la </font><br><font face="Times New Roman" size="3">prima volta in redazione indossava un vestito estivo color crema </font><br><font face="Times New Roman" size="3">cioccolato. Brutto, davvero. Eppure pensi che ha diretto giornali a Roma</font><br><font face="Times New Roman" size="3"> e Milano, condirettore del Corriere della Sera. Ma lì evidentemente non</font><br><font face="Times New Roman" size="3"> lo vestivano. Così, per un po’ di mesi se ne andato in giro vestito </font><br><font face="Times New Roman" size="3">come un bancario a fine carriera. Questo bassotto con i tre bottoni </font><br><font face="Times New Roman" size="3">della giacca chiusi. Gli guardi le scarpe e pensi, avrà almeno delle </font><br><font face="Times New Roman" size="3">Church, no, mocassini qualunque, anche un po’ piegati nella tomaia. Le </font><br><font face="Times New Roman" size="3">suole consumate, come i vecchi cronisti.</font><br><br><font face="Times New Roman" size="3">Di diverso dalla maggior parte della gente è che anche quando te lo </font><br><font face="Times New Roman" size="3">trovi di fronte di persona è così. Breznev, un più piccolo però. Forse </font><br><font face="Times New Roman" size="3">erano parenti. Anselmi è Breznev anche nello spirito, sembra un </font><br><font face="Times New Roman" size="3">sovietico puro e duro. Ma di questo non sono tanto sicuro. Ho conosciuto</font><br><font face="Times New Roman" size="3"> il primo, non il secondo. Però me lo sono costruito così. Duro è duro, </font><br><font face="Times New Roman" size="3">su questo non ci piove. Le riunioni del mattino con capi e capetti e </font><br><font face="Times New Roman" size="3">vice capini, sono una tragedia. Anselmi non è avvezzo ai giri di parole.</font><br><font face="Times New Roman" size="3"> Da quando è arrivato al giornale non sono pochi quelli che sono </font><br><font face="Times New Roman" size="3">fuggiti. Chi in pensione, chi altrove. Se in una piccola parte di te c’è</font><br><font face="Times New Roman" size="3"> uno spazio dedicato all’anima (s’intende buona) con Giulio Breznev sei </font><br><font face="Times New Roman" size="3">spacciato. Ti martella, di ammazza (lo spirito fino ad oggi, domani </font><br><font face="Times New Roman" size="3">boh), ti mette in ginocchio. Dalle riunioni sono usciti piangenti più di</font><br><font face="Times New Roman" size="3"> un capo, di un inviato, di un notista. Poi vanno a casa e fanno a botte</font><br><font face="Times New Roman" size="3"> con i figli. O salgono al secondo piano del giornale al bar del </font><br><font face="Times New Roman" size="3">leggendario Enzo, e si ingollano una bottiglia di amaro Averna.&lt;/p&gt;</font><br><font face="Times New Roman" size="3">&lt;p&gt;Quando ha letto il discorso d’insediamento all’assemblea dei </font><br><font face="Times New Roman" size="3">giornalisti Anselmi ha detto: “Dicono che sono a volte intrattatabile, </font><br><font face="Times New Roman" size="3">non è così, so perdonare gli errori, è che non sopporto la sciatteria”. </font><br><font face="Times New Roman" size="3">Da lì in poi, giù con la spada. Sciatteria è tutto. Articoli, titoli, </font><br><font face="Times New Roman" size="3">fotografie. Anselmi pesta anche su una virgola. Si barcamena bene </font><br><font face="Times New Roman" size="3">Anselmi, anche nella fitta e impenetrabile trama dei rapporti con la </font><br><font face="Times New Roman" size="3">Fiat. Mostra però una leggera crepa, forte e indipendente di fronte a </font><br><font face="Times New Roman" size="3">tutti, piegato a novanta gradi (perchè non saprei immaginarmelo a 180°) </font><br><font face="Times New Roman" size="3">come tutti gli altri. Alla Stampa indipendenza e direzione non si sono </font><br><font face="Times New Roman" size="3">mai conciliate. Già cent’anni fa.</font><br><br><font face="Times New Roman" size="3">L’indipendenza di Anselmi deve essere andata così. A fine del 2005 </font><br><font face="Times New Roman" size="3">Lapo Elkann, il nipote dell’Avvocato, viene trovato semi morto in casa </font><br><font face="Times New Roman" size="3">di un travestito, a cento metri dall’ingresso del giornale. Droga, sesso</font><br><font face="Times New Roman" size="3"> e niente rock and roll per il nipote della Fiat, che è per contro un </font><br><font face="Times New Roman" size="3">bravo ragazzo. Alla Stampa è un casino. Quando c’è di mezzo la Mamma </font><br><font face="Times New Roman" size="3">mica sono confetti. Anselmi lo sa, ma forte della sua indipendenza spara</font><br><font face="Times New Roman" size="3"> il povero Lapo sul giornale e senza tanti giri di parole. Un filo meno </font><br><font face="Times New Roman" size="3">del Corriere e di Repubblica, ma c’è. Eccome. Con i guanti, vellutato, </font><br><font face="Times New Roman" size="3">protetto, ma insomma Lapo con quel travesta è sulla Stampa. Chapeau, </font><br><font face="Times New Roman" size="3">Giulio Breznev.</font><br><br><font face="Times New Roman" size="3">Si sa però quanto capricciosa sia la storia di uomini e giornali. </font><br><font face="Times New Roman" size="3">Così accade che qualche mese dopo scoppi lo scandalo della Juventus, </font><br><font face="Times New Roman" size="3">l’altro pezzo pregiato della famiglia. Se la storia di Lapo era </font><br><font face="Times New Roman" size="3">delicata, questo è un terreno minato. La prima intercettazione </font><br><font face="Times New Roman" size="3">telefonica di Moggi arriva al giornale nelle stesse ore in cui la </font><br><font face="Times New Roman" size="3">ricevono Corriere, Repubblica e Gazzetta dello Sport. E forse anche </font><br><font face="Times New Roman" size="3">altri. Alla Stampa Giulio il Duro non c’è. Domenica, comprensibile. Di </font><br><font face="Times New Roman" size="3">turno c’è un vicedirettore, Roberto Bellato. L’uomo del guanto. Quando </font><br><font face="Times New Roman" size="3">c’è di mezzo la Fiat chiamano lui. E’ l’unico autorizzato a distinguere </font><br><font face="Times New Roman" size="3">una mina da un missile, lui sa come infilarsi il guanto protettivo. </font><br><font face="Times New Roman" size="3">Quasi sempre, non sempre, ci riesce. In questo caso Bellato juventino di</font><br><font face="Times New Roman" size="3"> ferro vacilla, tentenna, la sua proverbiale prudenza tocca un limite </font><br><font face="Times New Roman" size="3">mai raggiunto prima. Si potrebbe dire, per rimanere in tema sportivo, </font><br><font face="Times New Roman" size="3">che la notizia del Moggi Gate resterà la miglior prestazione di sempre </font><br><font face="Times New Roman" size="3">di Bellato. La storia della Juve la mettiamo, ma un po’ sotto il tapis. </font><br><font face="Times New Roman" size="3">Dice l’accorto Bellato. Così finisce a due colonne nelle pagine dello </font><br><font face="Times New Roman" size="3">sport e Moggi non viene mai citato. Il giorno dopo è lo scandalo che </font><br><font face="Times New Roman" size="3">piega il bene più prezioso del Paese.</font><br><br><font face="Times New Roman" size="3">John Elkan, che è il fratello serio e noioso di Lapo, juventino ma </font><br><font face="Times New Roman" size="3">con molti distinguo, chiama Anselmi. E’ il diluvio. John dice all’uomo </font><br><font face="Times New Roman" size="3">più indipendente del giornalismo italiano: bravi stronzi quando è stata </font><br><font face="Times New Roman" size="3">ora di mettere mio fratello a tutta pagina sulla Stampa non ci avete </font><br><font face="Times New Roman" size="3">pensato un attimo. Ora che c’è la Juve di mezzo fate finta che non sia </font><br><font face="Times New Roman" size="3">successo niente. Giù il telefono. Anselmi resta lì con i suoi tre </font><br><font face="Times New Roman" size="3">bottoni, la mascella serrata, l’occhio a fessura.</font><br><br><font face="Times New Roman" size="3">Seguono giorni d’inferno, per tutti. Anselmi spedisce lettere a </font><br><font face="Times New Roman" size="3">ciascun vertice del giornale, nelle riunioni è una belva, se non </font><br><font face="Times New Roman" size="3">rischiasse di rimanere intossicato dalla tintura dei capelli di Bellato </font><br><font face="Times New Roman" size="3">si mangerebbe il vicedirettore per intero. Per la Juve è un dramma, la </font><br><font face="Times New Roman" size="3">Stampa spara ad altezza d’uomo e fa a pezzi la società bianconera. </font><br><font face="Times New Roman" size="3">Anselmi si accanisce come Corriere e Repubblica mai avrebbero pensato di</font><br><font face="Times New Roman" size="3"> fare. Il mondo dello sport osserva con defrenza il piano di demolizione</font><br><font face="Times New Roman" size="3"> di Anselmi. L’Uomo è davvero l’Indipendente. E forse ci crede anche </font><br><font face="Times New Roman" size="3">lui.</font></div>            </div>
				]]>
        </summary>

        <id>http://veleno.ilcannocchiale.it/post/2515279.html</id>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://veleno.ilcannocchiale.it/post/2515279.html"/>
        <published>2010-08-01T14:45:00Z</published>
        <updated>2010-08-01T14:45:00Z</updated>
        
          <author>
            <name>
              veleno
            </name>
          </author>        

          </entry>
      
      <entry>

        <title type="html"><![CDATA[LA STRAORDINARIA STORIA DI SAL KENTUCKY]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  <P align=justify>In questo blog ho raccolto tutto quello che ricordo su colleghi giornalisti, redazioni, editori di grandi e piccole dimensioni, fatti, avventure,avvenimenti. Le decine di luoghi da cui sono transitato. Tutto ciò che è riportato qui corrisponde al vero, i personaggi, così come gli episodi raccontati sono autentici. Alcuni tra le persone citate compaiono con il loro nome, ad altri ho dato un appellativo di fantasia. Compreso il mio nome, ovviamente. </P>
<P align=justify>Credo di avere fatto il giornalista fin da piccolo, anche se poi mi sono pentito più volte. Davvero, fin da studente delle medie. La voglia mi è venuta quando ho visto per la prima volta "Dieci in amore", il film con Clark Gable che fa il caporedattore in un giornale pieno di fumo e di gente che va e viene. Ci ho provato in tutti i modi e dopo cento anni di gavetta ci sono riuscito. E' che per molto tempo il mio è stato un giornalismo di contorno. Mai in mezzo ai fatti come avrei voluto, sempre di lato, in salita, alla ricerca di una sistemazione. Il mondo scriveva pagine memorabili di cronaca e io correggevo le sceneggiature di Topolino, la gente si sgozzava in guerra e io rispondevo alla posta di Dolly, la Juventus trionfava in campionato e io scrivevo l'oroscopo di Grazia. E' andata così. Questi racconti ne sono la storia. L'importante forse è stato partecipare.</P>
<P align=justify>Le storie narrate si riferiscono agli anni tra il 1979 e il 1981 a Torino in un'agenzia stampa e che posterò tra qualche giorno, all'Arnoldo Mondadori di Milano tra il 1983 e il 1990, e al gruppo dei quotidiani Finegil Espresso La Repubblica tra il 1991 e il 1997. Buon divertimento.</P>
				]]>
        </summary>

        <id>http://veleno.ilcannocchiale.it/post/56160.html</id>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://veleno.ilcannocchiale.it/post/56160.html"/>
        <published>2003-10-19T12:01:01Z</published>
        <updated>2003-10-19T12:01:01Z</updated>
        
          <author>
            <name>
              veleno
            </name>
          </author>        

          </entry>
      
      <entry>

        <title type="html"><![CDATA[DISNEY MAGIC WORLD]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  <P align=justify><FONT size=2><STRONG>Per Sal Kentucky sono arrivati i giorni di Topolino, per la prima volta in Mondadori nella redazione dell'eroe della sua infanzia.</STRONG></FONT><BR></P><BR>
<P align=justify><FONT size=3></FONT>&nbsp;</P>
<P align=justify><FONT size=3></FONT>&nbsp;</P>
<P align=justify><FONT size=3>Entro per la prima volta nella redazione di Topolino un pomeriggio d'autunno. Fuori piove, l'aria è ormai fredda, le lunghe distese di prati ingialliscono verso l'inverno imminente. A Segrate la stagione del gelo arriva prima che a Milano, qui ci sono già brina, nebbia e strade ghiacciate. La Mondadori, in mezzo alla campagna, è un mondo a sé. Nel palazzo di vetro, con i suoi grandi spazi, il supermarket, l'ufficio postale, il ristorante, il bar, la libreria, l'aria condizionata, la luce diffusa, è come essere sempre nella stessa stagione. In alcune redazioni l'open space ha confini così vasti che lo sguardo si perde tra scrivanie e scaffali prima che possa arrivare oltre le finestre. Come a Topolino. Giornalisti, grafici, disegnatori, il Disney Magic World è qui.</FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3>Annuso l'aria mentre entro. Sono stato un lettore di questo giornale per buona parte della mia giovinezza. Ho la memoria storica di decine di avventure. Ricordi di domeniche all'edicola con mamma a comprare Topolino, delle foto sfuocate di Disneyland, dell'America degli anni Cinquanta. Ora sono qui. Esattamente nel luogo che ho immaginato per tutta l'infanzia. Se Paperino uscisse con il cappello con su scritto press gli darei una pacca sulle spalle. Collega. Mi viene invece incontro un capo servizio, si presenta, gli stringo la mano. </FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3>Parliamo, in attesa che arrivi il direttore. Il caposervizio mi indica una scrivania, lontano dalle finestre. Sarà il mio tavolo di redattore. Mentre chiacchieriamo osservo il resto della redazione. Sono tutti un po' vecchi, silenziosi, stanno chini su fogli, impaginati, disegni. Ognuno ha un armadio alle spalle con una fila di cassetti. Una redattrice anziana, infagottata in un vestito grigio, grassa, le gambe pesanti, le pantofole infilate nei piedi, i capelli bianchi spettinati sulla nuca come se si fosse appena alzata da letto, gli occhi cisposi dietro un paio di occhiali rotondi, sta armeggiando in uno di questi cassetti. Tira fuori un foglio, lo guarda, lo rimette dentro e avanti così. </FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3>Un po' più in&nbsp;là, dalla parte in cui sono entrato, una signora sta innaffiando un vaso di ciclamini, nel settore grafici c'è un gran silenzio. Alzo la testa e vedo un disegnatore piegato su un foglio, ha in mano una penna a china e sta ritoccando un'immagine. Lo fa con una lentezza impressionante. Quasi non gli vedo muovere la mano. Accanto a lui, un altro redattore ha lo sguardo fisso sulla macchina da scrivere. Cinque minuti. Sempre lì. Il suo vicino legge un libro, prende appunti, fa la punta alla matita. Un altro rovista in uno scaffale di libri. Silenzio, ovatta, tutti immersi in una specie di cotone.</FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3>Per un po' ascolto il caposervizio che parla in continuazione. E' l'opposto degli altri. Una specie di macchina tritaparole. Pizzica la zeta e perciò sputa anche. In venti minuti ripercorre tutta la storia della Disney, una noia pazzesca. Ha, tra i molti difetti che sono subito evidenti compreso quello di essere tifoso dell'Inter, un chiodo fisso, è convinto che tutti lì dentro assomiglino ai personaggi di Topolino. Vedi quello, non è Paperino? E lei, non è forse Nonna Papera? Guarda lui, non è il sosia di Gastone? E là in fondo, non è Paperone sputato? E io? Io cosa? Io non sono il fratello gemello di Ciccio di Nonna Papera? Ma quale Ciccio. No, sto per dirgli, tu sei una rottura di palle fenomenale. Va avanti altri cinque minuti con questa solfa insopportabile, accavalla gli argomenti, mi dice che ha sette figli. Capisco. </FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3>Il resto della redazione è fermo al punto in cui era venti minuti prima. La vecchia rovista, il nostro vicino di scrivania è ancora fisso con lo sguardo sull'Olivetti, l'altro tempera sempre la stessa matita. Altrochè Paperino. L'unico segno che accomuna questo dormitorio al movimentato mondo dei fumetti è una copia di Topolino che tutti hanno sul tavolo. E basta. E' trascorsa meno di mezz'ora e mi sta andando in pezzi la leggenda.</FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3>Ecco Pippo, mi dice ad un certo punto il caposervizio. Pippo? A ridagli. Pippo sarebbe Gaudenzio Capelli, direttore e figura mitica della Disney. Entra in quel momento in redazione. Mi fa un gesto di saluto e m?invita a seguirlo nel suo ufficio. E' ovvio che di Pippo non ha nemmeno la piega dei calzoni, ma non importa. Ne approfitto per alzarmi. Capelli mi stringe subito la mano. Sorride e lo fa in maniera amichevole. E' un uomo molto gentile. Appesi alle pareti ci sono i ritratti dei personaggi Disney, come uno tiene i figli sulla scrivania Capelli ha Cip e Ciop.</FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3>Continua a sorridere e mi spiega, anche lui, che cosa è Topolino, la Disney, l'importanza di questo giornale per la Mondadori. Ascolto. Ogni tanto faccio una domanda, lui risponde e sorride. Non sono abituato. Se poi faccio una battuta, ride di gusto. Ha un forte accento milanese e sembra che gli piaccia quella sua parlata larga. Mi spiega quali saranno i miei compiti. Lo fa con toni garbati, quasi una rarità. Va avanti mezz'ora, fa lunghi giri di parole, interrotto dal telefono, dalla segretaria, dai colleghi che sembra si siano risvegliati dal letargo di prima mattina. </FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3>Il Bosco Incantato si stropiccia gli occhi. Sento persino un po' di brusio. Da quello che mi dice il direttore capisco però che a Topolino avrò un ruolo marginale, dovrò occuparmi di un inserto dedicato allo sport per ragazzi, ma soprattutto Capelli ha deciso di affidarmi alle mani di Elisa Penna. Non so chi è, ma lei, la donna ombra del direttore, è già lì, dietro una fila di scaffali.</FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Sei il nuovo? Piacere Penna</STRONG>"dice con un sorriso che va da un orecchio all'altro. Penna, credevo fosse un nome d'arte. Penna, per una giornalista è già il massimo, per una giornalista che lavora in un mondo di pennuti è addirittura incredibile. Quando si dice il destino. La Penna è il vicedirettore di Topolino e di tutte le pubblicazioni Disney, che sono una miriade. Anche del Manuale delle Giovani Marmotte, che rimane un libro cult in assoluto, uno dei dieci oggetti da salvare prima della distruzione del pianeta. </FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3>Elisa, come vuole che la si chiami, è da sempre il vice di Capelli. Nel senso più specifico del termine. Capelli direttore, Penna vice. Trent'anni così. Anzi, in tempi remoti, quando Topolino aveva ancora le braghe con i bottoni rossi, Capelli era un semplice redattore. La Penna già vice di un altro. Poi Capelli ha percorso tutte le tappe, ha superato la Penna e gli si è piazzato davanti. Direttore. Elisa c' rimasta male e Gaudenzio sente da sempre, per questa ragione, un profondo senso di colpa nei suoi confronti. Così le lascia carta bianca. </FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3>Libera di decidere su tutto, escluso Topolino, che non si tocca. E' il trono di Capelli. Passi per la carriera, ma Capelli traccia confini ben precisi nei ruoli, oltre i quali neanche la Penna può andare. Gaudenzio le ha riservato Il Giornale di Barbie. E' una delle venti pubblicazioni che Capelli dirige e che fruttano alla Mondadori decine di miliardi all'nno. Barbie, la bambola sexy della Mattel. Un fiume di denaro. </FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3>Ho&nbsp;appena il tempo di stringere la mano alla Penna che capisco dove sto per andare. A Barbie, mi viene la pelle d'oca a pensarci. La bambola con le chiappe rotonde e le tette a punta che mia sorella vestiva e io svestivo. La Penna mi fa segno di seguirla. Attraverso la redazione seguito dagli sguardi dei colleghi. Ho l'impressione di vederli sorridere. In silenzio, ognuno fisso al posto di prima, la testa bassa ma con una sottile perfidia sulle labbra. Ci credo. Barbie, mi ripeto mentre entro dalla Penna. </FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3>Eccola lì. Nel trionfo del suo fascino perverso. Un manifesto formato gigante attaccato al muro. Barbie e Ken, il fidanzato che non si sa che cos'ha sotto il costume da bagno, mano nella mano davanti all'monimo camper e all'omonima casa tutta dipinta di rosa. E' l'ufficio della Penna. Ci sono montagne di Barbie disegnate. Libri, fotografie, gadget, come un negozio. Sono così preso da questo batuffolo rosa di ufficio che non mi accorgo che il vicedirettore mi fa segno di accomodarmi. </FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3>La Penna è una donna che ha più di cinquant'anni, di corporatura robusta, infagottata in abiti senza forma, capelli tinti di biondo, la faccia larga cascante, gli occhi chiari e acquosi. Una quasi nonna, nubile, solitaria, abita con un gatto a San Felice, quartiere di lusso davanti alla Mondadori. </FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3>E' una donna strana, umorale, capace di ridere spensierata e due minuti dopo piangere come una bambina. Prende da parte i redattori, li sgrida con il dito puntato in alto, poi si pente, torna in ufficio e piange. Ogni tanto cammina con brevi saltelli, altre volte si muove come avesse cento chili sulle spalle, spesso corre come inseguita da Ken in moto. Quando ti guarda tiene gli occhi chiusi a fessura, poi li spalanca di botto, parla con una specie di cantilena, muovendo la testa da una parte all'altra. Si tocca i capelli, guarda fisso negli occhi, ha poca memoria e spesso pensa ad altro. Ha la mania dei vezzeggiativi. Li usa in continuazione. Mi parla come se fossi una bambina.</FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Barbie, chi l'avrebbe mai detto</STRONG>..." dico mentre mi siedo.</FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Che caruccia, vero?</STRONG> ".</FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Insomma...</STRONG> ".</FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Un tesoruccio di bambina</STRONG>".</FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3>Volendo potrei uscire. Ora. Senza voltarmi indietro per non restare di sale. Rimango. La Penna di ogni vocabolo ne fa un diminutivo. Tutto è piccolo. Anch'io, forse.</FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Non sapevo che esistesse un giornale così</STRONG>"dico per riprendere un po' a conversazione. Lei mi fissa, contornata da un disegno che ha alle spalle dove si vede Barbie in groppa ad un cavallo alato verde pisello. </FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Uhh, perbacco! Eccome se esiste questo giornale! Abbiamo migliaia di teneri cuoricini che ci aspettano ogni settimana. Vedrai</STRONG>" mi dice. Una minaccia e una promessa. Poi tace di nuovo. Reclina la testa, socchiude gli occhi, sorride. Sto diventando un elfo.</FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"E io che dovrei fare?</STRONG> ".</FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Intanto darmi del tu e chiamarmi Elisa</STRONG>".</FONT><BR></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Ciao Elisa". </STRONG>Caruccio. Ho di nuovo l'occasione per uscire. E' stato un piacere. Saluto Elisa, Gaudenzio e me ne vado.</FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Ho pensato nella mia testolina che per questo numero ti occuperai dell'oroscopo rosa. E' un compito non facile. Sono esigenti le nostre piccole birichine</STRONG>".</FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3>Oroscopo. Non so che cos'è. Neanche quello dei grandi, mai letto, nessuna curiosità, non conosco nemmeno il nome dei segni zodiacali. Zero assoluto. Oroscopo e per giunta rosa.</FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Le piccole birichine...</STRONG>" dico pensando ad alta voce.</FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Bravo, vedo che sei già entrato nei nostri dolci pensieri. Io le chiamo proprio così. Sono come delle pesche appena colte. Sapessi come mi vogliono bene!</STRONG>" dice la Penna aprendo due pagine di una bozza disegnata dai grafici. Sono le due facciate centrali. Quelle del mio oroscopo.</FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Non ne capisco molto di oroscopi...</STRONG>&nbsp;" provo a dire.</FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Ohh...beh...ohh...questo non importa. Ti do io un libro. Vedrai che è facile</STRONG>".</FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3>E poi hai un mese tempo, ometto. Ci sarà da ridere. Quando torno alla mia scrivania il caposervizio sta tenendo un sermone sulle origini di Paperinik. Ne discute con Adriano Baggi, l'uomo senza il quale Topolino sarebbe muto. </FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3>Baggi è un disegnatore, ma non sa nemmeno tratteggiare il becco di Paperino o le orecchie di Pluto o i piedi di Pippo, non inventa storie, né scrive testi. Baggi fa molto di più in realtà. Lui è l'uomo che scrive una per una le parole dei fumetti. Ogni sillaba, frase, esclamazione, tutto quello che sta racchiuso nel fumetto è opera sua. Le lettere tutte uguali, alte alla stessa misura, così precise che sembrano stampate da un computer sono scritte a mano da lui. Baggi entra al mattino alle sette e va via la sera alle otto. Tutti i giorni, anche il sabato. Un certosino. China le testa sui disegni, traccia il fumetto e ci scrive dentro. Dicono che ha un brutto carattere. Ogni tanto sbotta in dialetto quando non capisce che cosa ha scritto lo sceneggiatore e che lui deve copiare. Getta i fogli nel cestino e va a protestare dal direttore. Si ferma solo per la pausa mensa. Poi torna lì, nel suo angolo. Lentamente, prima a matita, poi a china, una lettera dopo l'altra, anni di fumetti, di storie, milioni di parole.</FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3>Ci metto due giorni a dare forma al mio oroscopo. I segni li metto in ordine d'alfabeto. Un grafico mi illustra l'impaginato. Lo zodiaco del mese ha uno sfondo verde chiaro, tra uno segno e l'altro, spiccano pianeti rosa, stelle gialle, cavalli alati, una Barbie in minigonna, arbusti in fiore, macchie colorate dai toni pastello. Fa schifo. Mi metto alla macchina e scrivo le previsioni. Ci metto un giorno. Nel tardo pomeriggio busso alla Penna. Sta scrivendo. Un tasto via l'altro. Ha i capelli raccolti a crocchia, ma una ciocca le cade sulle spalle. Quando mi sente si volta con una specie di sobbalzo e poi si allarga in un sorriso. Toc, toc, chi c'è qua? Le consegno l'impaginato, lei lo mette da parte e mi ringrazia. Tutto con calma. </FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3>Il mattino dopo l'oroscopo è sul mio tavolo. Non ha correzioni, è completamente rifatto. Mi affaccio dalla Penna. Tanto per capire. Il vicedirettore scuote la sua testa, fa scivolare gli occhiali sul petto, allunga le labbra come se volesse schioccare un bacio. Il testo va bene, l'ho copiato, è il linguaggio che non funziona.</FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Più dolce, più tenero</STRONG>" dice tenendomi proditoriamente una mano. Più friabile forse.</FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"E' che non sono pratico...</STRONG> ".</FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Lo so, ma non ti preoccupare, in principio qui da noi è sempre così. Adesso lo rifai. Quando scrivi pensa alle nostre piccole bambine. Vedrai che andrà bene</STRONG>". </FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3>Torno al tavolo. Mi rimetto davanti alla macchina da scrivere e fisso il foglio per un'ora. Sono già uguale agli altri. Adesso capisco perché stanno immobili. Rifaccio il mio oroscopo almeno sei volte. C'è sempre qualcosa che non va. La Penna corregge, tira una riga, sottolinea una frase. Questi segni zodiacali mi escono dalle orecchie. Sono trascorsi quasi due giorni, quindici ore lavorative, trenta fogli nel cestino quando sento di essere arrivato alla svolta finale, l?ultima battitura, quella buona. </FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3>"Pesci. Oggi sarai una farfallina. Volerai tra un fiore e l'altro, ma la tua mammina saprà capirti. Un piccolo regalo dalla tua amichetta. Per la tua tosse basterà un sciroppino". </FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3>C'è tutto. Scuola, amicizia, salute. Alle cinque del pomeriggio mi presento dalla Penna. Sono stremato. Lei è sempre lì con la sua ciocca che sfoglia libri di cucina. Legge. Sorride.</FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Bravo. Ci sei quasi. Vedi? E? questione di scrittura. Le mie discolette sono esigenti, per questo bisogna fare bene. Però vedi qui</STRONG>..." E mi corregge l'ultima frase. Dove ho scritto "baci alle nostre piccole amiche" lei scrive : "ciotti, ciotti, ciotti alle nostre piccole amiche".&nbsp;</FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3>Ciotti? Sì come baciotti, sciocchino. Per fortuna. Per un secondo avevo temuto che la Penna avesse avuto una storia con Sandro Ciotti.</FONT></P>
				]]>
        </summary>

        <id>http://veleno.ilcannocchiale.it/post/56154.html</id>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://veleno.ilcannocchiale.it/post/56154.html"/>
        <published>2003-10-19T11:48:30Z</published>
        <updated>2003-10-19T11:48:30Z</updated>
        
          <author>
            <name>
              veleno
            </name>
          </author>        

          </entry>
      
      <entry>

        <title type="html"><![CDATA[L'AMORE ORALE DI SEGRATE]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  <P align=justify><FONT size=2><STRONG>Per Sal Kentucky inizia alla Mondadori l'avventura di Dolly, il settimanale per teen ager arrapate.</STRONG></FONT></P><BR><BR>
<P align=justify><FONT size=3>E viene per me il tempo delle mele. A Segrate non ci sono frutteti, solo le gigantesche carpe del lago sul quale poggia l'imponente edificio di Oscar Niemeyer. Pesci spaventosi, con la bocca spalancata che ti guardano dalla superficie dell'acqua ogni volta che entri o esci dal palazzo di vetro. Le mie mele metaforiche le vado invece a raccogliere una sera d'autunno, quando esaurito il soggiorno obbligato a Topolino lascio il Disney Magic World per Dolly, rivista formato tascabile per adolescenti inquiete. Mi chiama nel suo ufficio Vera Montanari, pasionaria del ?68, comunista di ferro, un tempo barricadera di radio Popolare, ora giovane direttore emergente, piazzata dai vertici Mondadori a Dolly per tastarne le qualità. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>La Montanari ne ha in abbondanza, sa anche scrivere, caso unico tra i direttori dei femminili. E' un'egocentrica senza confini, ha un ego così smisurato che l'open space stenta a contenerlo, siede sulla sua poltrona di direttore di questo minuscolo giornale come fosse in via Solferino. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Dolly non è da meno di Epoca o di Panorama"</STRONG> mi dice mentre ci parliamo per la prima volta quella sera. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Mi viene da sorridere. Un po'. Qui è difficile capire quando un direttore parla sul serio. La Montanari non scherza. Il colloquio dura parecchio, lei mi spiega che cosa è Dolly, qual è il suo pubblico, che tipo di lettrici vanno in edicola ogni settimana. Io ascolto, annuisco, mostro curiosità. Mi sento ancora una volta gettato in un mondo che non mi appartiene. Dolly, Mani di Fata o Tuttoncinetto è lo stesso. Per la Montanari invece non è così. Dolly è una nave da guerra, il giornale della fascia giovani che vende di più in Italia, un cult per le bambine, il settimanale che fa paura alla concorrenza, che ripulisce il mercato pubblicitario, che apre confini del giornalismo mai immaginati fino ad ora. Sarà. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>La Montanari parla e s'infervora, spiega e si entusiasma, è un vulcano di progetti. E' qui il giornalismo, dice. E indica una copia di Dolly su suo tavolo. Fermo lo sguardo sulla copertina dove non si capisce se una bambina o una donna non sviluppata sorride allusiva. Il direttore aggiunge che in una redazione di tutte donne ha bisogno di un uomo, come me. Chissà. Io resto della mia opinione. A meno che uno non sia un pedofilo, e questo non è precisamente il mio caso, difficilmente può immedesimarsi in lettrici di quindici anni. Le più vecchie, le altre ne hanno dodici.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3></FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Dunque sono a Dolly, come volevasi dimostrare. La mia scrivania si affaccia su un ramo del lago di Segrate. Accanto, a meno dieci metri, divisi dai pannelli verdi, ci sono i colleghi della redazione di Epoca e, dall?altra parte, quelli di Panorama. Sto in un panino. Sento le telescriventi, spio le riunioni di redazione, ascolto il battito del giornalismo di frontiera. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>E comincio con i grandi temi di Dolly. Per un po' mi occupo di servizi sulla musica rock. Ne so poco, sono rimasto ai Rolling Stones, ma m' impegno. Leggo, guardo i video, studio. Imparo a conoscere il linguaggio delle dolline, il loro modo di esprimersi, m' immedesimo in uno slang di pochi vocaboli essenziali. Le nostre lettrici non sono colte, non sono ribelli, non sono figlie della contestazione, non studiano volentieri, non hanno grandi obiettivi. Sono come tutte le bambine di quell'età. Credo. Quello che hanno in comune&nbsp;è un unico, gigantesco e irrinunciabile problema. Il sesso. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Sapere tutto, scoprirne ogni mistero, accumulare esperienze sempre diverse. Dodici anni e sesso. Maschi e sesso. Scuola e sesso. La Montanari lo capisce, lo dicono le indagini di mercato, lo vogliono i clienti pubblicitari che producono assorbenti. Perciò in pochi mesi trasforma Dolly da settimanale musicale ad una specie di manuale sul sesso. Se ne vanno gli ingenui rocchettari e arrivano pagine di consigli, suggerimenti, inchieste. Il primo bacio, la prima scopata, petting come se piovesse, dirlo alla mamma, tradire lui, tradire lei, toccarsi a scuola. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>La Montanari sforna servizi con una fantasia che non immaginavo e io, sempre unico uomo in redazione, mi sento sempre più a disagio. Non so che fare. Non mi viene in mente nessun servizio, la rivoluzione per me si fa drammatica. Non mi sento di scrivere di sesso per bambine di undici anni. Manco per donne di quaranta o di sessanta. Figuriamoci di dieci. La Montanari lo capisce, nota il mio distacco sempre più marcato dal giornale, così un giorno mi convoca nel suo ufficio.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Caro Sal, come avrai visto Dolly va verso un grande cambiamento"</STRONG> dice sorridendo. Ma ormai so che le sue sono labbra tese, non sorrisi. E? incazzata. Io non so che dire, come al solito. Mi avesse detto che invece dei reduci del Vietnam ci saremmo occupati delle repressioni nel Chapas avrei aperto un confronto, così non capisco neanche dove sono. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Ma la Montanari non usa giri di parole: "</FONT><FONT size=3><STRONG>Tu dovresti seguire meglio questa fase di mutamento del giornale, mi sembri troppo assente. Come avrai notato, le nostre lettrici ci chiedono meno musica e più servizi sul personale"</STRONG>. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Lei il sesso lo chiama così. E aggiunge: "<STRONG>Ecco, qui sta il punto, che dovrebbe anche consentirti di seguirmi meglio. Ho deciso che a turno tutti dovremo occuparci della posta delle dolline. Tu compreso. Leggi le lettere che arrivano e rispondi. Impara a dare qualche consiglio, entra un po? nella loro filosofia, vedi di capire i loro problemi. Guarda che è un compito delicato. Una settimana a testa. Voglio che cominci tu"</STRONG>. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Esco da quell?incontro con il morale sotto le scarpe. Che cosa ho da dire io alle "dolline"? Niente. Vado al bar. Appoggiato al banco c'è il collega Gian Piero Dell?Acqua, un grande. Sa tutto di cinema, ha girato il mondo come inviato, è uno scrittore. Ora è a Panorama. Ho letto il suo "Ciao Hemingway", un libro di ricordi straordinario. Ha i capelli grigi, la faccia segnata, lunghe storie ancora da raccontare. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Torno a Dolly. Come si può bere un caffè vicino a Dell'Acqua e trenta secondi dopo stare qui? Per darmi una risposta le solerti colleghe, che non mi possono vedere, hanno provveduto a svuotare tre scatoloni di lettere sulla mia scrivania. Le dolline scrivono come forsennate, ogni giorno centinaia di missive, migliaia alla settimana. Segno che il giornale va alla grande.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Che cos'è un preservativo? Se lo bacio in bocca resto incinta? Come si fa l' amore orale? Ho quindici anni e lui mi ha chiesto di fargli un pompino, ma esattamente la lingua dove la metto? Ho le tette piccole, sono disperata, lui mi ha lasciato per Katia, che devo fare? Lui ha quindici anni, io dodici ma non mi va di toccarlo lì, pensi che si scoccerà di me? Sono innamorata di uno grande di trentacinque anni che vuole fare all?amore con me, ma se sua moglie è sempre a casa come facciamo?</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Tutte così, modello Nabokov. E oltre. Ne leggo cinquanta, una per una. Sono disperato. Cerco di capire, ma mi rendo conto che non potrò mai rispondere a una sola di queste scatenate Lolite. Sto con le lettere sul tavolo per tre giorni. Infilo un foglio nella macchina e scrivo: ?Se non sai che cosa è l'amore orale vieni qui che te lo insegno io?. E' l'unica risposta che mi sento di dare. Volgare ma onesta. Non so niente della psicologia infantile, dei drammi dell?amore, delle bambine e delle loro smanie. E soprattutto non lo voglio sapere. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Per essere bravi giornalisti si deve stare tra le gente, capire, osservare quello che accade. Ma se alla mia età mi metto a guardare ai giardini due quindicenni che slinguano è facile che mi arrestino. Già mi vedo con copie di Dolly sotto l'impermeabile davanti alle scuole medie. Per "immedesimarmi nella loro realtà", come dice la Montanari. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Mi metto in tasca l'unica risposta che sono riuscito a scrivere in una settimana. Resto ancora un mese. La tengo preziosa. Qui si farà pure del giornalismo con le palle, comunque non più con le mie.</FONT></P>
				]]>
        </summary>

        <id>http://veleno.ilcannocchiale.it/post/56123.html</id>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://veleno.ilcannocchiale.it/post/56123.html"/>
        <published>2003-10-19T09:40:59Z</published>
        <updated>2003-10-19T09:40:59Z</updated>
        
          <author>
            <name>
              veleno
            </name>
          </author>        

          </entry>
      
      <entry>

        <title type="html"><![CDATA[IL BUONO, IL BRUTTO E IL PIRLA]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  <P align=justify><FONT size=2><STRONG>Quando il giornalismo è repulsione pura. Il cronista Sal Kentucky s'imbatte in Sandro Liberali, l'uomo che la Mondadori ha messo a dirigere un settimanale di auto. L'ignoranza e la stupidità coniugate&nbsp;alla più retriva delle mediocrità umane.&nbsp;</STRONG></FONT></P><BR>
<P align=justify><FONT size=3>Sono seduto in un piccolo ufficio, senza pareti come lo sono tutti qui in Mondadori. E' al primo piano, sala colloqui, sopra il lago. A quest'ora della sera la distesa d'acqua è avvolta da una nebbia sottile che corre da una sponda all?altra. S'intravvedono in fondo, oltre la passerella in cemento che attraversa il lago e conduce all'ingresso principale dell'edificio, le luci del parcheggio. Scorgo in lontananza le macchine che se ne vanno lente, oltre il cancello d'ingresso. Sono qui per incontrare Sandro Liberali, direttore di Autoggi, nuovo settimanale di prossima uscita. L'azienda rastrella un po' di giornalisti da piazzare in redazione. Ho un sobbalzo quando alle mie spalle compare un uomo alto, massiccio, capelli ondulati e lunghi. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Sono Liberali"</STRONG> mi dice sedendosi.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Liberali è uno nuovo, l'ho visto la prima volta un paio di mesi prima. Si nota facilmente. E' alto quasi due metri, una testa grossa contornata da capelli grigi ondulati, acconciati come li aveva mia nonna, con una specie di chignon naturale sulla nuca che fa ricadere altre onde sulle orecchie. La faccia è larga con una scucchia molto pronunciata, la bocca è piccola e a culo di gallina. Ha un paio di baffi grigi corti. Nell?insieme fa una certa impressione, cammina a grandi falcate, muove le mani in continuazione, gesticola e piega le lunghe dita come fossero delle pinze. Ha la voce femminea, e nonostante il volume fisico da giocatore di basket, non ha nulla dello sportivo. Anzi. E' una vecchia signora sformata. Indossa abiti dozzinali, con la gamba dei calzoni un po' corta.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Con lui entra nell?ufficio anche Giovanni Allegra, caporedattore. Allegra è l'opposto fisico di Liberali. Piccolo, rotondo, capelli neri con una frangia unta che gli spiove sugli occhi. Sembra che non si lavi la testa da anni. La faccia è del tipo asiatico, giallognola con gli occhi piccoli e allungati. Ma è l'untuosità dell'insieme che dà il segno dell'uomo. Ha un parentado che i milanesi non apparezzano molto. Gli stringo la mano sudata, è ben oliato il caporedattore. Arriva da La Notte, amico di Cesare Lanza e questo la dice lunga. Nell'insieme è del genere olivastro, cammina tra le gambe di Liberali con la sua faccia da cinese e lo sguardo da duro. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Sono entrambi seduti. Il direttore mette i piedi sul tavolo, all'americana, Allegra che non ci arriva sistema i polpacci nel cassetto. Visti così sono inquietanti. Se capisco bene, il cinese non guida nemmeno la macchina, il capo ha la patente ma, nei cinque minuti che mi fanno aspettare prima di rivolgermi la parola, vedo che osservano una foto e hanno dei dubbi nel riconoscere una Volvo. Quando stiamo per cominciare entra un terzo signore. Si presenta come l'ingegnere, si chiama De Vita. Arriva da Quattroruote, è un uomo mite e, a differenza dei due, uno dei massimi esperti italiani di automobili. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Dunque Sal</STRONG>..." comincia Liberali toccandosi le onde dei capelli sulle orecchie.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Dica direttore"</STRONG> rispondo cercando di inquadrargli la faccia che resta nascosta dagli enormi piedi che giganteggiano sulla scrivania.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Guarda Sal, qui ci diamo tutti del tu. Siamo colleghi, siamo in una cazzuta trincea, si combatte insieme"</STRONG>. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Se non fosse per quella voce chioccia sembrerebbe John Wayne in "Berretti verdi". L'aria che tira è quella. Sali a bordo, ragazzo, ti farai il culo a fette, ma alla fine torceremo le budella agli sporchi nemici. Come esordio ci siamo.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Sono pronto"</STRONG> mento e forse si vede. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Dunque, io sono il direttore. Ricordati collega che le mie parole sono ordini, il comando di questo giornale è mio e sarò io a fare tutte le scelte. Nessuna obiezione, d'accordo</STRONG>?".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Signore sì signore"</STRONG>.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Si guarda intorno ammirato, il cinese annuisce senza sorridere, l'ingegnere vaga con lo sguardo sulla scrivania. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Ricordati che questi sono principi inderogabili. Ne va del nostro posto. Troppe parole ci fottono in redazione. Ma veniamo alle automobili, tu che ne sai?</STRONG> ".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Insomma...qualcosa. Diciamo che mi piacciono. Ho fatto anche qualche telecronaca dei campionati americani di cart e Indianapolis"</STRONG>.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Bene, e questo tu credi che sia importante?</STRONG> ".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Che cosa?"</STRONG></FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Sapere come sono questi cazzi di automobili"</STRONG> dice il capo. Non so come prenderla. Lui è il direttore di un giornale che dovrà parlare di macchine e mi chiede se è importante conoscerle. Il cinese fa sempre sì con la testa, l'ingegnere sospira, storce pure la bocca, come sarebbe a dire "cazzi di automobili". Il direttore tira giù i piedi dalla scrivania e il cinese lo imita. Si sporge verso di me con la sua grande testa e le sue enormi mani. Indica l'ingegnere.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Adesso lui ti farà qualche domanda"</STRONG>.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Credo di capire, come&nbsp;a scuola guida. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Dunque collega, un motore a sedici valvole</STRONG>..." attacca l' ingegnere. Ma non finisce la frase. Il capo sbatte una manata violenta sul tavolo. Volano le matite, il cinese ha un soprassalto ben mascherato, l'ingegnere abbassa gli occhi. Il cinese sapeva. Il direttore ora punta un dito contro l'ingegnere. Estrae dalla fondina che ha sotto la giacca una 44 Magnum e gliela punta in mezzo alla fronte. Non è vero,&nbsp;ma se lo facesse non mi stupirei.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Quante volte ti ho detto che queste domande non le voglio sentire"</STRONG> ringhia fissandolo dritto negli occhi. L'ingegnere allarga le braccia, balbetta un po', finge di guardare quello che ha dentro una borsa. Il cinese scuote la testa.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Allora le domande te le faccio io. Quante ruote ha un'automobile?" </STRONG>chiede allungandosi improvvisamente calmo sulla poltrona. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>La domanda mi arriva come una freccia acuminata nell'orecchio, Liberali scandisce bene le parole con la sua piccola bocca e la dentiera bene in vista. Il direttore di un giornale di automobili chiede ad un collega giornalista quante ruote ha una macchina. Nell'ufficio è calato un silenzio totale. Il cinese non muove un muscolo, si vedono solo gli occhi sotto la frangia unta, immersi nelle melma di una risaia cambogiana che scrutano senza espressione. L'ingegnere è rimasto con la testa bassa, zitto, mosca. Vado.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Direi...più o meno...cinque. Compresa la ruota di scorta"</STRONG> sussurro in un batter di ciglia. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Tutti fermi. Quando dico cinque l'ingegnere scivola dalla poltrona e si aggrappa ad un bracciolo. Gli occhi di Allegra sono una fessura ridotta ai minimi termini. Il capo si tira indietro, spinge la sedia verso la parete, si alza, allunga la sua mole corporea verso i neon del soffitto, mi si piazza alle spalle. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Caro collega, hai detto cinque ruote. Bene! Allora sei uno che se ne intende. Scommetto che vuoi sapere che cosa ne penso io. Bene, penso che sia una risposta del cazzo"</STRONG>.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Ma...forse...quattro...meglio...tuttosommato l'altra non si usa mai"</STRONG> sono ormai spugnoso. In fondo nessuno mi obbliga a stare qui. Quest' atmosfera mi genera una specie di paura, è la prima volta che mi capita, la sento nelle mani e non mi piace.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Stammi bene a sentire! A me non me ne frega un cazzo di quante ruote ha un'automobile. Prima di venire qui stamattina non lo sapevo. Due, tre , quattro chi se ne frega. Qui voglio fare un giornale semplice, fatto per la gente che di auto non capisce niente e che ci compra per vedere come la pensiamo. Noi siamo automobilisti come gli altri, scopriremo le macchine un po' alla volta e le racconteremo alla gente"</STRONG>.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Andiamo avanti ancora un po', con domande del tipo meglio una Mercedes o una Cinquecento, ma ormai ho capito il trucco. Trascorre una mezz' ora, l' ingegnere pallido è uscito, rimangono Allegra e il direttore. Parlano&nbsp;tra loro, sono convinto che mi caccino seduta stante e invece Liberali improvvisamente si alza.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"E ora si comincia a fare sul serio"</STRONG> dice.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Il cinese mi accompagna al mio nuovo tavolo, sono il primo che mette piede qui dentro, comincio con il fotocopiare le pagine di un giornale tedesco che parla di automobili.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>I colloqui di Liberali con altri colleghi vanno avanti per alcune settimane. Stesso tenore con tutti. Con un tasso di nevrastenia in crescita rispetto al mio primo incontro. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Alle candidate segretarie per far capire che lui è il padrone dice: "<STRONG>Se domani le ordino di venire senza mutande lei deve venire senza mutande"</STRONG>. Un paio se ne vanno urlando, altre ci ripensano, una lo denuncia. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Ma il meglio di sé Liberali lo dà tutti i giorni quando arriva in redazione. Chiama ciascuno di noi nel suo ufficio, con Allegra sparge terrore, minaccia licenziamenti, urla contro la Fiat. Soprattutto contro la Fiat. Il giornale non è ancora uscito e ha deciso che la linea editoriale sarà la guerra totale contro Agnelli. Può darsi anche che abbia ragione, ma la sua decisione di bombardare la Fiat non è sul piano delle qualità delle auto, tanto quelle non ci interessano, ma per un suo inderogabile principio personale. Quale, non si sa. La redazione prepara confronti tra auto, tutte le Fiat ne escono perdenti, con voti così bassi che perfino l'accendino della 127 è da buttare via. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Il capo dirige urlando, minacciando l' ingegnere che un giorno finisce con una colica in ospedale, ma la linea editoriale non paga, la gente non compra il giornale, vuole esperti che raccontino come sono fatte le automobili, non altri improvvisati del volante come loro. Per di più deve parare l'ira della Fiat che minaccia di ritirare l'intero pacchetto pubblicitario dai ventuno giornali della Mondadori. E' sempre più nervoso, incapace di mantenere in piedi la redazione, Allegra rivela la sua vera anima di pistolero. In pochi mesi quindici colleghi se ne vanno sbattendo la porta. Con me il rapporto dura ancora meno. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Un mattino il cinese mi posa sul tavolo due pagine di un giornale inglese specializzato. Sono tradotte e illustrano le proprietà di uno spider che non ho mai visto prima. Devo riscrivere la traduzione in italiano comprensibile, non toccare, non aggiungere, non fare nulla di mio. Consegno il pezzo. Alla sera vedo Liberali schizzare dal suo ufficio in direzione del mio tavolo. Sposta l'aria, tutti seguono la falcata con la coda dell'occhio, il cinese resta nella penombra del suo angolo. Mi arriva di fronte scuotendo i fogli con il mio pezzo. Le prime parole non le capisco, è furibondo, mi accusa di avere scritto che il posto di guida dello spider è a un metro da terra.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Se così fosse sarebbe una carrozza! Cazzo! Così non va! Non va! Non va!"</STRONG>. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>I fogli cadono sulla scrivania. Li guardo, è vero, ho scritto un metro, ma nell'originale inglese le misure erano in pollici e&nbsp;il traduttore aveva sbagliato a riconvertire la cifra. E io, fedele al mandato del cinese, avevo copiato quella misura. A poco valgono le spiegazioni su una svista che può capitare, il risultato è che non sono un giornalista attendibile e come copiatore valgo ancora meno. La furia non si placa, anzi si alimenta, Liberali vaneggia e quando è al culmine del suo delirio tenta di rovesciarmi la scrivania. La prende da un lato, alza il ripiano, fa cadere gli oggetti. E' il momento che aspetto. Se quel gigante che ringhia mi mette le mani addosso lo mando in galera. Arrivano colleghi dalle altre redazioni. Qualcuno si affaccia. Il clamore è al massimo. Spero che mi sfiori. Ma non lo fa. Si ferma di botto, quando il cinese, sbucato dal nulla, gli tocca un braccio. Siamo immobili uno di fronte all'altro, divisi dal tavolo scomposto e dalle biro per terra, i suoi due metri di onde sulle orecchie, il mio metro e sessantasette pronto, per la prima volta da quando ho l'età della ragione, allo scontro fisico. Il cinese allontana Liberali , lui urla che chiamerà l'ufficio generale e che mi vuole fuori dalla redazione in meno di dieci minuti. Lo faccio prima io. Chiedo al capo del personale di togliermi immediatamente da lì, pena una denuncia al direttore del giornale per tenta aggressione. Me ne vado in se minuti esatti.</FONT></P>
				]]>
        </summary>

        <id>http://veleno.ilcannocchiale.it/post/56122.html</id>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://veleno.ilcannocchiale.it/post/56122.html"/>
        <published>2003-10-19T09:40:01Z</published>
        <updated>2003-10-19T09:40:01Z</updated>
        
          <author>
            <name>
              veleno
            </name>
          </author>        

          </entry>
      
      <entry>

        <title type="html"><![CDATA[ANNI DI GRAZIA]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  <P align=justify><FONT size=2><STRONG>Lei è Carla Vanni, un sorta di leggenda del giornalismo patinato femminile, lui è il nostro Sal Kentucky che del mito in gonna nera non sa che cosa farsene, ma l'inevitabile incontro gli cambierà il futuro.</STRONG></FONT></P><BR>
<P align=justify><FONT size=3>E' </FONT><FONT size=3>un mattino di dicembre quando sento squillare il telefono sulla mia scrivania. Sono arrivato in redazione presto, fuori c'è la solita nebbia di Segrate. Il lago delle carpe è grigio e freddo. Niente orizzonti, aria spessa e umida. Alzo il ricevitore. E' Anna Lovise. Vice capo del personale. Produce sforzi enormi per offrire il meglio dell'azienda, lo fa con ardore, si sente l'erede delle Grandi Tradizioni della premiata ditta Arnoldo. In realtà quel mondo è finito da un pezzo. E lei non è che un?impiegata che deve barcamenarsi tutto il giorno tra direttori capricciosi e redattori inquieti. Ci diamo del "tu", da quando sono diventato professionista. E' così con tutti. Una specie d'iniziazione aziendale che prevede il "lei" durante il praticantato e il "tu" dopo l'esame di Roma. </FONT></P>
<P align=justify>&nbsp;</P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Sal, ho una grande notizia. Sei seduto</STRONG>?" mi domanda.</FONT></P><BR>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Super seduto</STRONG>" rispondo.</FONT></P><BR>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Ho combinato per te un appuntamento eccezionale. Ti dico un nome solo. Carla Vanni</STRONG>" lo dice in un sussurro, come se dovessi presentarmi al capo della Cia. </FONT></P><BR>
<P align=justify><FONT size=3>Lo sapevo. Che fesso, però. Per un nanosecondo mi ero illuso. Avevo creduto che stesse per propormi Panorama, Epoca o, alla meno peggio, Espansione. Invece spunta Lei, il direttore di Grazia. Il minimo e il massimo del giornalismo allo stesso tempo. Carla Vanni, meglio conosciuta come la sorella di Andreina, fino ad un decennio prima una leggenda mondadoriana. Abbasso il ricevitore, non senza avere dato il peggio di me stesso in fatto di contentezza, e mi domando che c'entro io con Grazia. Moda, pettegolezzi, cucina, maglia, amori, tradimenti, tendenze, cucito. Assolutamente nulla. Come sempre.</FONT></P><BR>
<P align=justify><FONT size=3>Il mattino dopo alle undici in punto salgo al terzo piano. Ufficio del personale. Mentre varco la soglia dello sgabuzzino colloqui mi viene in mente che anche Maurizio Costanzo ha soggiornato a Grazia per qualche anno. Non so perchè penso a Costanzo, ma almeno riesco a fare gli ultimi tre metri di strada. Davanti ad un tavolo rotondo la Lovise sta in piedi e finge di sfogliare una cartella dattiloscritta.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"Sal, sono così contenta che nemmeno te lo immagini. E' il tuo momento. Qui ti giochi tutte le carte" mi dice indicandomi una porta di fronte allo sgabuzzino "La Vanni è là" aggiunge con un filo di voce "Adesso entri con me, io starò zitta e tu e lei vi parlerete. Vorrà sapere di te, di quello che hai fatto, chi sei, se ti piace scrivere, da dove arrivi. Tu parla, racconta, spiegati. Ma non ti emozionare, non mostrare presunzioni, non essere arrogante o troppo deciso. Sei un bravo ragazzo. Vedrai che le piacerai. Sono con te". Mi stringe il braccio. Sono quasi certo che le stiano brillando gli occhi. Scuoto la testa, mentre mi spinge dolcemente verso l'uscio di fronte. Prima di aprire la porta mi sussurra: "Parla quanto vuoi. Ma non troppo. Ricordati sempre chi hai davanti".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>La Vanni è seduta ad un tavolo rotondo. Tutti i tavoli per riunioni in Mondadori sono rotondi, ovali, smussati ai lati. Nessuno angolo è a spigolo. Perciò la Vanni, che preferisce distanze nette, è costretta a stare seduta in curva. Ovunque io mi sieda sarò sempre troppo vicino.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Direttore, le presento il giornalista di cui le ho parlato</STRONG>" dice la Lovise.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Sal Kentucky. Buon giorno direttore</STRONG>" dico allungando la mano. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>La Vanni accenna ad alzarsi, mi stringe la mano e ripiomba sulla poltrona. E' vestita di nero, capelli tirati all'indietro sotto uno strato di gel fresco di cinque centimetri, trucco leggero che accentua il naso a proboscide. Sul davanti, quello che nelle donne si chiama seno, pendono occhialini da lettura tenuti da una cordicella nera. La vedrò così, salvo leggere variazioni nel nastro dei capelli in occasione di Pasqua e Natale, per tutto il tempo della mia detenzione a Grazia. Stiamo tutti zitti. E' persino imbarazzante. Poi parte la Vanni.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Dunque, lei sarebbe</STRONG>... ".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Kentucky, direttore. Sal Kentucky</STRONG> ". Bond. James Bond.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Certo. Vorrei essere molto chiara con lei</STRONG>".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Non chiedo di meglio</STRONG>". </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Bene. Non voglio fraintendimenti</STRONG>" dice la Vanni guardandomi.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Nemmeno io</STRONG>".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Meglio così. Allora, in tutta franchezza, le dirò che lei non serve al mio giornale. In questo momento non ho bisogno di aumentare l'organico. Ho già abbastanza problemi. Per di più mi pare che lei non abbia alcuna caratteristica adatta al tipo d'informazione che facciamo noi. Dunque</STRONG>... "</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Ci siamo. Mi caccia ancor prima che sulle labbra della Lovise si spenga quel fiore di sorriso che le ha bloccato i lati della bocca. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Dunque, ho deciso di prenderla, come dire, in appoggio alla redazione. Una specie di prestito per venire incontro alle esigenze della dottoressa Lovise e dell'azienda. Farà lavoro di redazione. Poi vedremo. Le piace la cucina</STRONG>? ".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Magnifico. Chi sono, cosa ho fatto, da dove vengo, se m'interessa scrivere, l'esperienza, la passione. Niente, zero. Mi chiede se mi piace la "cucina". No. Preferisco l'uncinetto.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Intendo dire se le interessa svolgere compiti di cucina redazionale</STRONG>" dice dopo un silenzio imbarazzante.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Oh, sì. Molto</STRONG>!". Odio la cucina redazionale, non ci sono portato. E' una Cayenna, il Vietnam. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Da noi sono anche molto graditi suggerimenti per servizi, inchieste, interviste. Lei può proporne quanti ne vuole</STRONG>".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Allora, qui si scrive. Ho suggerimenti da vendere.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Certo. Soprattutto sulle inchieste. Ho molte proposte da fare</STRONG>". </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Sono contenta. Anzi, appena gliene viene in mente uno lo dica al vice direttore. Poi vedremo di affidarlo a qualcuno che lo scriva. Non si offenda, ma io faccio così</STRONG>".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Non mi offendo. Se lo sgabuzzino avesse avuto una finestra vi avrei infilato la Vanni e spinto il suo grosso culo direttamente nel vuoto. Così, tanto per vedere che faccia avrebbero fatto i pesci del lago.</FONT></P>
				]]>
        </summary>

        <id>http://veleno.ilcannocchiale.it/post/56121.html</id>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://veleno.ilcannocchiale.it/post/56121.html"/>
        <published>2003-10-19T09:39:01Z</published>
        <updated>2003-10-19T09:39:01Z</updated>
        
          <author>
            <name>
              veleno
            </name>
          </author>        

          </entry>
      
      <entry>

        <title type="html"><![CDATA[A CAGHER SULLE ALPI]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  <P align=justify><STRONG><FONT size=2>Comincia l'avventura di Sal Kentucky nella redazione di Grazia.</FONT></STRONG></P><BR>
<P align=justify><FONT size=3>Sto seduto alla mia scrivania da una settimana. Mi hanno messo nella cosiddetta cucina. Titoli, sommari, occhielli. Ci sono giornalisti tagliati per scrivere, altri per cucinare. Non so se appartengo alla prima categoria, certamente non alla seconda. A Grazia la cucina ha un rilievo enorme. La maggior parte della giornata la dedico a bozze e impaginati. Titoli sempre uguali, insulsi, piatti come saponette. La Vanni vuole che non si spaventino le lettrici. Con gli articoli si parte da lontano, si evitano il più possibile prese di posizione, guerre, politica. Quando il clamore li impone, gli argomenti si affrontano con la dovuta lentezza, a settimane di distanza, centellinando le parole. Per tutti gli accidenti di questa terra c'è sempre un rimedio.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>In una di queste prime luminose mattine da cronista, mentre sto calibrando un sommario sulle palle colorate di una saga invernale svizzera, mi arriva di spalle Aleardo Putti, vicedirettore, la faccia buona della Vanni, l'uomo che non sa mai dire no, gran mediatore, aspetto sacerdotale, voce suadente, accento siciliano. Prima di quel giorno non lo conoscevo. Anzi, per molto tempo avevo creduto che quella persona che vedevo scivolare lungo i corridoi e nel parcheggio fosse il capo degli elettricisti della Mondadori. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Chissà perché. Vedevo da anni quest'uomo, anche molto tempo prima di arrivare a Grazia, e mai avevo pensato che fosse un giornalista. Credo che sia anche un fatto fisico. Alcuni li riconosci subito. Ci sono a Panorama Giampiero Borella e Carlo Rossella, entrambi inviati. Non hanno nulla in comune, ma il mestiere che fanno è palese. Uno indossa tutto l'anno jeans sdruciti, giacca di velluto, camicia sbottonata, ha la faccia segnata, i capelli in disordine, il taccuino infilato nella tasca posteriore dei calzoni. L'altro veste come un lord inglese, abito grigio scuro, camicia bianca, cravatta regimental, scarpe nere e lucide, la mazzetta dei giornali americani sotto il braccio. Si vede subito che non sono i giardinieri dell'azienda. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Così quel giorno, quando Aleardo Putti mi si acquatta dietro la scrivania e mi mette una mano sulle spalle sono convinto che si tratti dell'elettricista capo. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Caro Sal, sono Aleardo Putti</STRONG>" dice tendendomi la mano.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Non so chi ha mandato qui questo elettricista, penso. Forse ho una lampadina bruciata. O mi mettono una macchina da scrivere elettrica, non so. Lo guardo. E' ben vestito, camicia stirata alla perfezione, cravatta intonata, profuma di pulito. Forse alla Mondadori pagano bene anche gli elettricisti. Chiunque sia spero che si sbrighi.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Ho questa dannata macchina che si inceppa sempre</STRONG>" dico, mentre indico la vecchia Olivetti verde portatile che ho in dotazione.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Putti sorride, scuote la testa, inclina il collo. Muove entrambi come fa Mike Tyson sul ring prima dell'incontro per sciogliere nervi e muscoli. Stazze diverse, corporature differenti, ma quel gesto è identico.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Eh, caro Sal, tutti abbiamo avuto una Olivetti di recupero. Qui si comincia così</STRONG>" dice sospirando con quell'aria notarile e curiale "<STRONG>Ma vedrai. Con il tempo tutto migliora</STRONG>".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Chissà, ho come il sospetto che non sia l'elettricista. La conferma arriva dal caporedattore che s'intromette nel dialogo: "<STRONG>Sal, questo è il nostro vicedirettore, Aleardo Putti. Aleardo, questo è Kentucky, il nuovo acquisto</STRONG>" dice con un buffetto sull'unica mia spalla che Putti lascia libera. </FONT><FONT size=3>Finalmente ho capito. Mi alzo e gli stringo la mano. E' asciutta, calda. E' com'è Putti. Asciutto, idrorepellente, tutto gli scivola addosso e scompare senza lasciare apparente traccia. La Vanni lo tartassa senza pietà e lui esce dalle riunioni cantando. Come un ufficiale inglese prigioniero dei giapponesi. Medita davanti alla finestra. E nei momenti peggiori si sfila un cardigan scuro da ufficio, si mette la giacca sulle spalle e va a gironzolare nel supermarket interno alla Mondadori. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Certo Aleardo non è un uomo da battaglie, ma qui l'aria è di calma piatta. Aleardo ha una sua specialità. Il lento passaggio dei pezzi. Quello cioè che noi facciamo con una rapidità sorprendente per toglierci dai piedi quello che gli altri scrivono male e dobbiamo rifare al meglio, lui può passarci anche una mattina. Se ne sta là alla sua macchina, le immense finestre affacciate sui prati, lui con il compassato ticchettio della sua macchina, le pennellate di sbiancante, la penna per rimettere tutte le parole a posto. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Un mercoledì, inaspettatamente, arriva il momento del primo pezzo da scrivere. Stupore. Soprattutto mio. E un certo sollievo. Sempre mio, perché chi scrive non è tenuto a fare "cucina", almeno fino a quando il pezzo non è completato. E' una prassi. Quasi che chi compone debba essere libero da ogni pensiero. Così libero che ci sono almeno un paio di colleghe, molto anziane, limite della pensione, che per scrivere stanno a casa. Cioè, non vengono mai. I primi tempi ero convinto, che data l'età, usassero verso di loro un trattamento di favore. Poi ho capito che era così per tutti. Dunque, vedo Aleardo uscire dall'ufficio del direttore e camminare svelto verso la mia scrivania. Tiene in mano dei fogli, delle fotografie, un impaginato.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Sal, questa volta tocca a te</STRONG>!" dice come se avesse saputo che ho vinto il Nobel.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Bene"</STRONG> mi limito a dire. Qui ho capito che non si deve mai andare oltre la soglia di una moderata contentezza. Tanto è inutile. Aleardo mi piazza sulla scrivania un foglio di plastica di quelli che contengono le diapositive.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Sono stupende"</STRONG> dice allungandomi una lente da grafico "<STRONG>Guardane una"</STRONG>. Le guardo, ma non si capisce molto. Mento:</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"In effetti sembrano interessanti. Di che cosa si tratta</STRONG>?".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Putti muove il suo collo, pensa, accenna a parlare e poi si ferma, come quelli che fanno un gesto mimico prima di aprire la bocca, lui lo fa scuotendo il plafond di plastica e poi alla fine dice:</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Credo si tratti di un eccezionale avvenimento sportivo. Non me ne intendo, ma tu che hai fatto il cronista dello sport dovresti saperne di più. E? proprio per questo che ti affido il servizio. E' una faccenda delicata, ma se tu sai muoverti bene, vedrai che ne esce un ottimo lavoro"</STRONG>. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Guardo Putti che mi sta a fianco con le sue diapositive in mano. Ha un mezzo sorriso, fa sì con la testa, la camicia azzurra è proprio ben stirata. Posa le foto sul mio tavolo, è fatta. E' contento, mi dà qualche consiglio: </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Devi scrivere questo pezzo così. Deve essere ben amalgamato"</STRONG>. Non capisco nulla, ma annuisco. Putti mi spiega come vuole che sia con una specie di mimica. Per me è una novità, non ho mai visto un vicedirettore che si esprime a gesti. Capirò poi che questo è il Putti classico. Lui mi dà la cosiddetta dritta tenendo le mani a mezza altezza, con le dita socchiuse, muovendole a conca come se disegnasse nell'aria una specie di sfera, di palla, di rotondità. Fammi un pezzo così, dice. Come? Così, spiega con le sue mani ben curate che ruotano, la palla nell'aria, il gesto che nessuno ha mai interpretato davvero.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Putti è come le sue mani. Lui naviga nelle tempeste di un direttore capriccioso e volitivo. Non è un guerriero, non va all'assalto di nulla, è un capitano di lungo corso che aggira le balene per non sbatterci dentro. La Vanni d'altra parte è un po' come una balena. Anche fisicamente. Veste sempre di nero, gonne lunghe, muove i suoi piccoli passi scivolando sulla moquette grigia di Segrate. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>La Vanni è una potenza nell'azienda. Il suo Grazia è la seconda corazzata del gruppo. Stilisti, case di cosmetici, grandi società commerciali investono decine di miliardi l'anno in quel giornale. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>La Vanni balena guida la corazzata secondo simpatie, interessi, amicizie del tutto personali. Ma lo fa così bene che è una donna intoccabile. E anche quando il giornale accusa perdite gravi nelle vendite, nessuno, nemmeno l'amministratore delegato in persona, muove critiche. Lei fa, disfa e decide. Se le vendite vanno male, i buchi sono coperti da montagne di pubblicità. Ci sono donne che dirigono altri periodici femminili cacciate dal loro posto per avere perso qualche migliaio di copie. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>La Vanni è una regina anche per gli stilisti. Giorgio Armani non uscirebbe mai dal suo studio per rendere omaggio a qualcuno. E' da lui che si va, se si appartiene al giro di "eletti", non il contrario. Ebbene il primo Natale che sono a Grazia vedo arrivare Armani dal fondo della redazione. Passa con la sua giacca nera omonima, ignora gli inchini delle colleghe della moda che si prostrano linguate a terra e va diritto verso l'ufficio del direttore. Armani è qui per fare gli auguri alla Vanni. Altrochè balle. E lei sorride. Ma solo quando c'è Armani, quando si parla di Krizia e quando ci sono le grandi sfilate di Milano. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Se la Vanni sbaglia un numero del giornale la colpa è degli altri. Del direttore generale, dei pubblicitari, del marketing, dei grafici, delle segretarie, dei giornalisti e, ovviamente, di Putti. Il quale incassa, come un pugile pagato per difendere il titolo di un altro. Lui esce dall'ufficio del "tavolo rotondo", una specie di sala riunioni, con la bocca chiusa, il collo in movimento, la faccia scura. Si capisce subito che là dentro c'è stata tempesta, un uragano silenzioso perché la Vanni non alza mai la voce. Putti torna al suo posto come uno scolaro diligente che deve sopportare il peso di una maestra irascibile. S'infila la giacca, guarda che i polsini siano in ordine, siede davanti alla sua macchina da scrivere e come se il tempo, i fulmini, i tuoni non ci fossero stati, come se di là si fossero scolati una bottiglia di gin e fumato un sigaro, lui, l'ineffabile dice: "Bene, allora cominciamo?. Solo questo. Non si sa a chi lo dica. La frase è sussurrata, detta con calma, senza guardarsi intorno. Putti la dice a se stesso, forse. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Sta di fatto che non mostra alcun segno d'ira, di nervoso, di rabbia. Se potesse prenderebbe la Vanni e la farebbe a pezzi. Ma lì non si vede. Nel breve tragitto che separa l'ufficio del direttore dalla sua postazione riesce ad ingoiare il rospo, a sbollire l'ira e a ritrovare il suo immutabile aspetto. Lo chiamano Lou Grant, come il giornalista dei telefilm americani. Gli assomiglia fisicamente, ma Putti è un siciliano, un uomo d'onore, introverso, schivo. E' soprattutto un uomo buono, perciò soffre. E per questo la Vanni lo tritura come una granita alla menta. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Putti è anche famoso per i suoi acquisti. Compito del vicedirettore e dei capi redattore è di acquistare, possibilmente andandoci piano, fotografie e articoli già composti dalle grandi agenzie specializzate. Una buona parte dei settimanali femminili e del pettegolezzo compra infatti interi servizi fotografici, compresi gli scoop, già confezionati. E lo scoop è tanto maggiore quanto è più alto il prezzo. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Se un giornale spende dieci milioni per una foto può averne l'esclusiva, altrimenti se la vuole pubblicare ad una cifra inferiore, deve accontentarsi di dividerla con tutti gli altri, concorrenza compresa. Ora, in questo Putti è davvero un maestro. Lui acquista tutto, qualunque servizio gli propongano i venditori delle agenzie. Compra e mette in un cassetto. Accumula montagne di foto inutili, vedute del Polo Nord, fiori che sbocciano, alci in calore, marmotte del Canada, grattacieli dipinti a mano, campionati di auto elettriche, pitture sui muri di New York. E' probabile che nemmeno lui sappia che cosa gli rifilano quei succhia soldi, ma poco importa. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Aleardo, che ha una maniacale predilezione per natura e paesaggi, dà un'occhiata, osserva in trasparenza le diapositive e le nasconde nel segreto del suo armadio. Il che significa che possono restare lì anche due o tre mesi. Ogni tanto, a seconda delle stagioni, in genere hanno la meglio l'autunno e la primavera, tira fuori dieci fotografie sul letargo degli orsi canadesi. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>O, come nel mio caso, su quello che mi è parso di capire essere un freeclimber, uno cioè che scala le montagne con le mani. Mi è parso, ma non ne ho nessuna certezza. Anzi, potrebbe anche essere un cercatore indiano di perle marine. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Putti mi ha lasciato una sola fotografia: "<STRONG>Basati su quella"</STRONG> mi ha detto "<STRONG>E poi fai qualche ricerca al centro documentazione. Insomma, metti tutti i condimenti al posto giusto"</STRONG>. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Se giro la fotografia per orizzontale quell'individuo in costume da bagno potrebbe anche essere un pescatore accovacciato su una roccia dell'Oceano Indiano. Non ho punti di riferimento, indicazioni, una qualsiasi informazione dalla quale partire. Guardo meglio la foto nell'ingranditore dei grafici. L'uomo è effettivamente uno scalatore, ma si vede solo a metà. Le mani sono aggrappate non ad un chiodo fisso, ma ad una sporgenza bianca, una specie di mezza luna che prosegue nella parte della fotografia che non si vede. Chissà. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Il capo dei grafici sorride. E' lui che ha mandato il resto delle diapositive a sviluppare. Ne ha impaginati a centinaia di servizi così inutili. In basso, dove l'immagine sfuma, leggo Christophe Dat. Punto.Chi è Christophe Dat? Un freeclimber francese, campione d'Europa, no del mondo, ripreso in un difficile passaggio durante una gara internazionale sulle Alpi francesi. Quella sporgenza bianca a cui si aggrappa è marmo puro. E i piedi che non si vedono appoggiano su un balcone di granito largo mezzo millimetro. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Ci siamo. E' sposato, ha due figli, è ormai vicino ai quaranta ma per nulla al mondo lascerebbe quella presa bianca scolpita dalla natura sulla più terribile delle pareti del pianeta. E visto che ci siamo aggiungo una breve dichiarazione di Dat: "Adoro queste montagne, amo mia moglie, nulla mi eccita più di questa roccia così bianca". Invento tutto. Molto bene. Non ho neanche bisogno di rivolgermi a quei pidocchiosi del centro documentazione che ogni volta che gli chiedi qualcosa sembra che ti facciano un regalo. Il pezzo fila via liscio come l'olio, una fredda mattina d'estate, le Alpi illuminate dal primo sole, e lui, il campione, l'eroe di Francia, il mito della montagna Christophe Dat che, sprezzante di ogni pericolo, stringe tra le dita pezzi di roccia bianca e luminosa come quel cielo azzurro che rischiara una giornata che si preannuncia memorabile e che farà di Christophe lo sportivo dell'anno. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Ora, va detto, che tra le abitudini di Grazia c'è anche quella di poter fingere di essere presenti agli avvenimenti che raccontiamo sul giornale. Come fossimo inviati. Mi resta il dubbio su quella sporgenza bianca, ma siccome non capisco che cosa sia e Christophe nemmeno, chiudo il pezzo con il tramonto rosa e Dat che alza festante il suo trofeo.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Che cosa sia la sporgenza bianca lo capisco molto bene due giorni dopo, quando l'impaginato del giornale è sulla mia scrivania, pronto ad andare in stampa. Guardo le pagine, leggo che ci sia la mia firma, sollevo lo sguardo sulle grandi foto. Resto immobile al mio tavolo, appiattisco bene il cartone che tiene insieme le due pagine, osservo i dettagli di quelle immagini ora così evidenti e quasi non riesco a crederci. Dat non sta scalando una vera montagna, in quelle foto che nessuno mi ha fatto vedere, che Putti tiene nascoste nel suo armadio, che i grafici manovrano in gran segreto non ci sono vette e tramonti e nemmeno pareti impervie. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Dat mi appare adesso in tutta la sua triste finzione. Ora che la foto allarga i suoi confini, che il bordo in alto della diapositiva si alza, che quella sporgenza bianca e luccicante che mi era sembrata una roccia completa la sua forma, capisco. Taccio incredulo. Sto fermo e vedo che Dat è aggrappato alla parte inferiore di un gabinetto, al bordo di ceramica di una tazza del cesso, ad un water che ha l'asse rosso sollevato. </FONT><FONT size=3>Che Dat non è sulle pareti delle Alpi, ma su uno spunzone di roccia alto tre metri e non duemila, che gli appigli per quella ignobile farsa non sono misteriosi agglomerati di pietra, ma volgari componenti di un bagno completamente arredato e "inchiodato" ad una parete rocciosa. Dat sta appeso al cesso, ma i piedi, che nell'unica foto che mi aveva dato Putti non vedevo, sono appoggiati al lavandino. E a destra, in un altra immagine, ci sono anche lo sciacquone e un delizioso bidè. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>In alto, in una foto ancora diversa che i grafici si sono dilettati ad impaginare con eccezionale gusto estetico e senza trovare nulla da obiettare, c'è una luccicante vasca da bagno. Chiudo subito l'impaginato. Mi sfuggono le piastrelle, i portasciugamani, la doccia e chissà che cos'altro. Non posso però di fare a meno di vedere, in piccolo ma nitido, il nome dell'azienda che produce water e lavandini. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Mi guardo intorno. Cerco una spiegazione. Prendo sottobraccio le pagine e filo verso il tavolo di Putti. Lui le guarda, sorride, è vero quel water è un po' evidente. Una volgare pubblicità spacciata per giornalismo. Ma il servizio resta spettacolare, sì forse anche la marca del bagno è di troppo, forse l'alpinista non è proprio in montagna, forse non è campione del mondo, forse non si chiama Dat, forse la foto è stata scattata nel giardino di casa del padrone dei cessi e poi girata in verticale, ma siamo in un mondo dove una buona ceramica vale più di tutto il resto. "</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>E va bene caro Sal"</STRONG> mi dice Putti con una mezza torsione di collo "<STRONG>Tu hai scritto un buon pezzo. Hai ragione, tagliamole via queste docce"</STRONG>. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Così, il vicedirettore ordina di rimpaginare il servizio. Dat viene tagliato, messo su una guglia del Montebianco, aggiunti altri alpinisti che prima non c'erano. Osservo il lavoro dei grafici, che non sanno che cosa fanno, né chi ha scritto il servizio, né che significato hanno foto e testi. Putti mi appoggia una mano sulla spalla, scuote la testa e va nel suo angolo a guardare il foglio infilato nella macchina da scrivere.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Il mio "A mani nude verso il cielo", titolo di Putti, esce confuso, disordinato con un testo che non corrisponde alle fotografie. In redazione nessuno lo ha notato. Qui non si legge e meno che mai i pezzi degli altri. Meglio così. Dimentico, fino a che un mattino la segretaria mi consegna un pacco, anzi me lo getta sulla scrivania, come suo solito. Lo apro, dentro ci sono una busta e una specie di posacenere a forma di vasca da bagno. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>La lettera dice: "Con i complimenti della nostra azienda. Lei signor Kentucky ha vinto il premio giornalistico dell'anno per il miglior articolo sui prodotti da bagno. Accluso alla lettera troverà un oggetto d'arte che simboleggia la nostra attività industriale". Seguono firma e timbro con il marchio della fabbrica che aveva appiccicato Dat con il suo cesso sulla finta parete di montagna. Non può essere vero. A pensarci bene è una palla. Ma sotto sotto, molto sotto, ci credo. Almeno per un po' di giorni. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Un pomeriggio, quando torno dalla mensa trovo&nbsp;due colleghi&nbsp;anche loro nel posto sbagliato al momento sbagliato, che soppesano la mia vasca. Uno mi guarda, meravigliato: </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Ci hanno detto che hai vinto un concorso importante</STRONG>...Q<STRONG>ueste vasche da bagno in miniatura le danno solo ai giornalisti più affermati dei settimanali femminili"</STRONG>.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Già, sara uno scherzo..."</STRONG>.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3><STRONG>"Uno scherzo? La ditta dei cessi è stata informata, sanno che ti sei battuto per avere quel servizio sul giornale. Perciò ti premiano. Sei uno che sta dalla loro parte. Guarda, anche il direttore ha ricevuto una lettera che spiega perché hanno scelto proprio te"</STRONG> dice il collega mentre&nbsp;mi mostra una busta. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>La osservo bene, è uguale a quella che avevo aperto qualche giorno prima. Stesso timbro, stessa carta intestata, un po' diverso il contenuto.&nbsp;Dice: "Comunichiamo a Lei signor Direttore che il dottor Sal Kentucky ha vinto l'annuale premio giornalistico "A cagher sulle Alpi". </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Ci sono cascato mani e piedi. Uno scherzo da caserma.&nbsp;Il clima è questo, ed è la faccia mediocre&nbsp;di&nbsp;questa redazione. Se le nostre sono braccia rubate all'agricoltura la Vanni non deve saperlo. </FONT></P>
				]]>
        </summary>

        <id>http://veleno.ilcannocchiale.it/post/56120.html</id>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://veleno.ilcannocchiale.it/post/56120.html"/>
        <published>2003-10-19T09:37:53Z</published>
        <updated>2003-10-19T09:37:53Z</updated>
        
          <author>
            <name>
              veleno
            </name>
          </author>        

          </entry>
      
      <entry>

        <title type="html"><![CDATA[TARLI DI SEGRATE ADDIO]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  <P align=justify><FONT size=3><FONT size=2><STRONG>La storia di Sal Kentucky alla Mondadori sta per finire, l'ultimo saluto è per i suoi tarli, anzi per quelli delle piante di plastica</STRONG></FONT>.</FONT></P><BR>
<P align=justify><FONT size=3>C'è una nebbia sconsolante quando alle 8,45 di quel mattino d'autunno inoltrato arrivo per l'ultima volta a Segrate. Dal giorno dopo mi avventurerò in un altra storia, dopo quasi dieci anni trascorsi in questa landa milanese. Parcheggio la macchina in un silenzio ovattato e mi avvio verso l'ingresso riservato ai giornalisti. File di alberi, un lungo prato da attraversare, e poi il gigantesco parallelepipedo di cemento e vetro. Ci vuole sempre un po' per arrivare dal posteggio alla redazione. Il tempo di percorrenza però dipende dall'impegno che uno ci mette. E questo è molto variabile. I direttori in trenta secondi sono dentro. Hanno la falcata lunga, la testa eretta, lo sguardo che scruta le vetrate dietro le quali si spera che il presidente dia un'occhiata ogni tanto. I vicedirettori sul sentiero d'asfalto che porta all'ingresso vanno veloci come i direttori, ma meno. Un filo meno. Non contano niente e lo sanno, perciò l'impegno nell'arrivare in redazione è più formale che sostanziale. I capiredattori invece filano come treni. Sembra che le sorti dei giornali dipendano da loro. Con i capiredattori viaggiano sostenuti anche i capiservizio e soprattutto gli art director che nella moda e nei femminili contano più del direttore. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Lo svacco è dai vicecaposervizio in giù, cioè redattori ordinari, grafici, praticanti, redattori con meno di diciotto mesi di anzianità, le cacche insomma. Lì il tempo impiegato a posteggiare l'automobile, chiudere le portiere, raccattare la borsa, camminare, non ha una costante spazio tempo. Se piove si va via veloci, se c'è la nebbia adagio perchè non si sa mai, se c'è il sole piano che fa caldo, se nevica anche dieci minuti che l'aria stamattina è buona come in montagna. Ma la variabilità dipende soprattutto dall'umore, che dieci volte su dieci è pessimo. Così a lenti passi c'è tempo di pensare. Si guarda la grande vetrata d'ingresso, ci si lascia superare dalle gerarchie veloci, si annusa l'aria.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>E' quello che faccio anche quel mattino. Appena entro provo ad osservare la redazione di Grazia come il primo giorno, con tutte quelle scrivanie sparse nell'immenso open space che raccoglie una decina di redazioni. Mi soffermo a guardare le mie colleghe, la maggior parte età indefinita, due o tre con i capelli grigi tinti di azzurro come le nonne dei telefilm, la bionda con la crescita bianca, quella leggermente gobba, un paio tanto sorde da non sentire quello che il vice direttore dice nelle riunioni settimanali. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Quando sono arrivato qui il primo giorno non riuscivo bene a capire se il caporedattore fosse donna o uomo. Mi disse "Piacere Anna" e capii. Qui tutto è sempre stato vecchio, Grazia ha compiuto, in quei mesi, cinquant'anni e ne dimostra cento. Guardo la mia scrivania con la vecchia Olivetti, la cassettiera, lo scaffale vuoto, la pianta finta, la sedia girevole con braccioli che mi ero portato da Dolly, da Autoggi, da Topolino e prima ancora da Retequattro. Qui con la sedia si fa così, se si vogliono braccioli e ruote. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Osservo ancora il mio ficus beniamina, che ha alle spalle una storia antica. Quando questo gigantesco palazzo venne costruito da Oscar Niemeyer, Giorgio Mondadori, figlio di Arnoldo, grande promotore della svolta architettonica, scoprì in Giappone una casa editrice che per il suo disegno architettonico era molto simile al palazzo di Segrate. Quello che però attirò il suo interesse erano delle gigantesche piante che ogni redattore aveva vicino alla sua scrivania. Piante imponenti finte, ma non di plastica. Una sorta di ibrido, un incrocio abnorme tra il tronco di autentico legno, con nodi e corteccia vera, e i rami e le foglie di plastica. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Quando Mondadori tornò in Italia ordinò per la nuova sede, prossima all'inaugurazione, migliaia di quei ficus giapponesi. I fusti arrivarono dal Sol Levante in aereo, gli operai tolsero l'imballo e scoprirono il marchio. Una piccola etichetta diceva: "Made in Italy". L'azienda che aveva incantato il presidente e i giapponesi era a dieci chilometri da Segrate. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>I tronchi con le finte piante in pochi anni furono preda di un esercito di tarli. Migliaia di insetti in decine di redazioni s'impossessarono dei preziosi arbusti. Li trovavano secchi e friabili, come piacciono a loro. Scavarono tane nei tronchio principale, dilapidarono un patrimonio, fecero provviste e qualcuno si mangiò anche foglie di plastica. Si riprodussero negli anni secondo una formula matematica fino ad allora sconosciuta, crebbero sani e robusti.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Ci fu un tempo in Mondadori in cui i redattori videro cadere le finte foglie con i tronchi segati a metà e i rami crollati sulle scrivanie. Le piante un tempo alte fino ai neon del soffitto si ridussero a dimensioni di cespugli nani. I gatti, che di notte rimanevano intrappolati nell'impianto di condizionamento e si calavano direttamente sui tavoli dei giornalisti, le usarono per pisciarci sopra. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Con il tarlo nella mia pianta e con la sua gagliarda famiglia ho trascorso tutti gli anni che sono rimasto a Grazia. Li ho sentiti sgranocchiare, riposare al pomeriggio, riprende di buona lena verso sera. Non li ho mai visti. Ma ho sempre pensato che mi abbiano tenuto d'occhio tutti i giorni, senza mostrarsi. Lo hanno fatto per pudore, un entomologo dice che sono riservati e timidi, ma forse sapevano di trovarsi in una posizione molto migliore della mia.</FONT></P>
				]]>
        </summary>

        <id>http://veleno.ilcannocchiale.it/post/56119.html</id>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://veleno.ilcannocchiale.it/post/56119.html"/>
        <published>2003-10-19T09:36:23Z</published>
        <updated>2003-10-19T09:36:23Z</updated>
        
          <author>
            <name>
              veleno
            </name>
          </author>        

          </entry>
      
      <entry>

        <title type="html"><![CDATA[L'ARCHITETTO CHE VOLEVA FARE IL GIORNALISTA]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  <P align=justify><STRONG>Questa storia è ambientata in una città della provincia di Torino, in un giornale locale all'inizio degli anni Novanta dove, dopo gli anni trascorsi alla Mondadori, ho fatto il caposervizio con funzioni di vicedirettore, inviato lì dalla direzione del gruppo dei quotidiani Finegil Espresso La Repubblica proprietari del giornale.</STRONG></P><BR>
<P align=justify><FONT size=3>E' uno dei tanti. Tutti i giornali locali hanno decine di collaboratori. Un esercito di gente che spera un giorno di diventare un vero giornalista. Non ci riusciranno mai, e la maggior parte lo sa. Dire "faccio il giornalista" però allevia le fatiche di mestieri e professioni avvolte nel grigiore di una provincia ancora più grigia. Roberto Piccolo è uno dell'esercito degli "aspiranti". Alcuni sono impiegati, altri sportellisti alle poste, insegnanti, agenti delle assicurazioni, cuochi, baristi, parrucchieri che posato il pettine mettono mano alla tastiera. Tutto serve. Un giornale di provincia chiuderebbe in poche ore se non potesse contare sul vigile del fuoco che telefona in redazione quando scoppia un incendio, molla la pompa e scrive.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Roberto Piccolo è un architetto e neanche tanto giovane. Per giovani s'intendono ragazzi di vent'anni che hanno davanti a loro un decennio da buttare al vento. Sempre che abbiano una famiglia che li sostiene economicamente. Piccolo è un autentico testardo di provincia. Ha deciso da bambino che da grande avrebbe fatto il giornalista e non retrocede di un millimetro, anche ora che ha quasi quarant'anni. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Fisicamente Piccolo si presenta bene. Alto, spalle larghe, sorridente, occhio sveglio, stretta di mano asciutta e solida. Sempre pronto per qualunque missione. Scrive come un burocrate del catasto, usa il "dottor" ogni volta che cita il nome di qualcuno, ma è meglio della maggior parte dei collaboratori. In tasca non ha un soldo, veste regolarmente un abito antracite di buon taglio ma consunto e spiegazzato, camicia bianca ombreggiata di grigio sul collo, cravatta regimental lisa sui bordi, scarpe nere allacciate che mostrano sulla suola buchi rattoppati più volte. Visto da lontano però fa la sua figura. Sempre meglio del lattoniere, il cronista di sport che arriva in redazione con la borsa dei ferri appesa al collo. O del tecnico dei telefoni, il critico cinematografico, che porta al giornale gli articoli con la tuta blu dell'azienda. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Si presenta al giornale per la prima volta un mattino di marzo. Fa un freddo terribile. Nel mio sgabuzzino tengo la finestra ben chiusa, ma una lama gelida di aria che soffia su Ivrea direttamente dal Gran Paradiso mi taglia la schiena. Piccolo mi bussa al vetro della porta. So chi è perché collabora saltuariamente da qualche anno, però nessuno ha mai saputo come utilizzarlo. Ora mi è stata affidata una pagina sull'economia locale e ho bisogno di un collaboratore che sia in grado di scrivere qualcosa. Forse Piccolo è l'uomo giusto. Forse.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Lo guardo mentre bussa. Sorride, ben sbarbato, leggermente chino in avanti. Alto e robusto, ha metà fronte coperta dalla parte alta della porta.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Si accomodi</STRONG>" dico mimando il gesto di aprire la porta.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Dottore!</STRONG>" dice lui sorridente. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Piacere</STRONG>" rispondo stringendogli la mano.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Il piacere è mio dottore</STRONG>!" dice con foga Piccolo facendo scattare i tacchi delle scarpe.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Guardi, non sono dottore. E non siamo in caserma. Chiamami Sal e diamoci del tu</STRONG>". </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Questa faccenda del "dottore" non lo convince: </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Non mi permetterei mai, dottore. Il "lei" va molto bene. E se mi consente mi consideri al suo servizio</STRONG>". Si siede davanti a me. Mi guarda. Ha in mano dei fogli. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Dunque, Piccolo. Faremo questa pagina sull'economia. Lei sa tutto di questa città, vero? Intendo dire sotto il profilo economico. Aziende, imprenditori, agricoltori. E' un architetto, dunque per dovrebbe essere facile trovare dei contatti</STRONG>".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Perbacco, dottore! Faccia conto che da oggi abbiamo in mano tutta l'imprenditoria della regione</STRONG>".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Tutta non mi serve. Mi basta un po'. Purché interessante. L'economia è un argomento balordo, però abbiamo questa pagina e dobbiamo renderla il più possibile gradevole. Con l'associazione degli imprenditori in che rapporti è</STRONG>?".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Guardi, dottore</STRONG>!". E Piccolo muovendo gli indici della mano destra e sinistra uno verso l'altro mima il gesto che indica grande confidenza. Sorride e scuote la testa.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Gli agricoltori? Mi sembra gente un po' ostica. Li conosce bene</STRONG>?" insisto.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Ma dottore! I contadini? Io</STRONG>?". E qui Piccolo fa una pausa. Una sospensione teatrale. Allarga le braccia, il sorriso. Si sporge sul tavolo, pianta una mano sul ripiano di legno, mi guarda fisso e dice: "<STRONG>Le confido un segreto</STRONG>".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Dica</STRONG>".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>L'agricoltura è una passione per me</STRONG>". </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Molto bene. E dei sindacati che mi dice</STRONG>?". Piccolo si alza, come se stesse per andarsene, si pianta a gambe larghe in mezzo allo sgabuzzino ufficio. Si toglie la giacca. Tira fuori un taccuino non so da dove e me lo mostra da lontano. C'è qualcosa di scarabocchiato.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Lei mi offende, dottore</STRONG>".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Non me ne voglia</STRONG>".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>I sindacati? Mi ha chiesto come sono messo con i sindacati? Ho sentito bene, dottore</STRONG>?".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Annuisco.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Lui agita il taccuino avanti e indietro, lo indica con un dito e sussurra: "<STRONG>Sa che cosa c'è qui</STRONG>?". No, che non lo so. "<STRONG>Qui c'è un intervista in esclusiva con il segretario della Cgil. La sto portando ad un altro giornale con il quale collaboro. Se vuole la cedo a lei. Solo a lei, dottore</STRONG>!".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Non voglio la sua intervista. "<STRONG>Guardi, Piccolo niente articoli. Solo piccole informazioni. Ma ne voglio tante e tutti i giorni</STRONG>".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Capisco subito che Piccolo imita il cronista d'assalto. In realtà, come scoprirò ben presto, lui non ha rapporti con nessuno in città, fatica a farsi ricevere e ottenere informazioni già riciclate da altri, usa nello scrivere un linguaggio contorto e non ha mai uno straccio di notizia decente. A casa non si fa trovare, promette di passare in redazione e non lo vedo per giorni, ha sempre una buona scusa per tutto. Ma questa sua capacità di mentire, di spacciarsi per quello che non è, di vendere fumo a quintali, di avere quell'aria da bravo ragazzo di buona famiglia di provincia caduta in momentanea disgrazia me lo rende straordinariamente gradevole. E' un simpatico per natura. E' un Piccolo di grande classe.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Un mattino di primavera, con la neve ancora sulle colline, lo trovo nel cortile del giornale, appoggiato ad un muro basso. Lo cercavo da giorni, come al solito, inutilmente. E' senza cappotto, non ho mai capito se per scelta o per necessità, e sta chino sul muro. Scrive. Passo oltre, ma lui mi ha già visto da lontano:</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Dottore! Ha sentito che aria di primavera</STRONG>!" dice posando carta e penna. Mi viene incontro, con il sorriso di quello che vede tutto rosa. Non ho voglia di rimproverarlo, dirgli che da giorni aspetto notizie, che l'ultima volta aveva ricicciato tre righe già scritte un mese prima. Non ho voglia. Si arrangi. Ma lui è all'attacco:</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Sa che cosa facevo qui</STRONG>?"</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Mi fermo e gli guardo i fogli.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Cattivo umore, eh</STRONG>?" mi dice dandomi la solita asciutta stretta di mano.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Allora, che faceva qui Piccolo</STRONG>?"</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Un pezzo per lei, dottore. L'ho scritto a macchina, ma pensavo di dargli ancora qualche ritocco proprio stamattina. Tre cartelle. Contento</STRONG>?".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Sono due settimane che aspetto queste tre cartelle, Piccolo. Non sarà in ritardo con il suo ritocco</STRONG>?".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>E qui Piccolo dà il meglio di sè. E' unico. Un personaggio, un attore. Drammatico, comico, sbruffone. Sa di raccontare balle, ma lo fa così bene che non ascoltarlo sarebbe un peccato.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Dunque, Piccolo</STRONG>?".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Dottore, non sa che cosa mi è successo</STRONG>" dice abbassando gli occhi, facendo la faccia triste, cambiando tono di voce. Adulto e bambino. Questa del "che cosa mi è successo" Piccolo la ripete sempre. Salvo qualche variazione, più dettata da ragioni metereologiche, pioggia, neve o vento, che da episodi inventati fatti passare per reali. E' un grande attore, ma il suo copione, come le notizie che porta, è sempre lo stesso. Ha un canovaccio, su quello costruisce le varianti. Quel giorno di primavera però non sapevo dove volesse arrivare. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Mi è successo un fatto incredibile. Se vuole glielo racconto mentre l'accompagno in ufficio, così ci scaldiamo un po'. Vuole, dottore</STRONG>?". Mi sospinge verso la porta d'ingresso. La apre, la tiene con il piede, mi tocca il braccio, si para davanti: "<STRONG>Prego dottore, dopo di lei</STRONG>!".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Saliamo, entriamo nel mio sgabuzzino, mi toglie il cappotto, mi sistema la sedia. Mi guarda. Aspetta che mi sieda e mi racconta una storia drammatica alla Dickens. In mezzo al torrente di parole, pronunciate con il tono grave di chi ha dovuto affrontare eccezionali eventi, di chi ha subito ingiustizie enormi, di chi è stato segnato dalla sorte malvagia, capisco che è una questione di soldi. Piccolo non ha una lira in tasca, non il becco di un quattrino, neanche cinque mila lire da mettere in benzina per riportare la macchina a casa. Che è una Bmw 520, vecchia di dieci anni, una specie di rottame vagante e rumoroso, che Piccolo guida con molta dignità e nel baule della quale tiene pane tagliato a fette e mortadella che mangia all'ora di pranzo, in piedi, nel parcheggio davanti alla redazione. Insomma, è a pezzi. Ma nella sua grandezza non è venuto a chiedere soldi a me, ma al giornale.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Dottore, mi vergogno a dirlo. Ma se non muovo la macchina da lì mi danno la multa e se non ho una lira come faccio a pagare multa e benzina? Mi creda, mi sento a disagio. Ma lei è una persona sensibile, sono sicuro che mi capisce</STRONG>".. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Sto per commuovermi.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Che devo fare, Piccolo</STRONG>?" dico guardando quella sua faccia che ha già ripreso colore.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Grazie, dottore! Grazie! Posso suggerirle un rimedio</STRONG>?"</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Sorrido. Non sono io che ho bisogno di un rimedio. E lui va avanti:</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Guardi, avrei pensato che si potrebbe chiamare l'amministrazione e chiedere a loro se possono darmi un anticipo sul mio compenso del prossimo mese. Si può</STRONG>?".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Eravamo a marzo appena iniziato e Piccolo doveva avere già intascato il suo magro stipendio, 200 mila lire nette. Ora chiedeva un anticipo su quello di aprile. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Quanto vuole</STRONG>?".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Se possibile, 190 mila lire, dottore</STRONG>".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Cioè tutto il compenso di aprile</STRONG>".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Quasi</STRONG>".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Già, quasi. Chiamo l'amministrazione e ottengo l'anticipo. Piccolo è al settimo cielo, mi ringrazia dandomi una pacca sulle spalle, sorride, tocca il cielo con un dito. Se non è alla fame poco ci manca. Avrebbe potuto fare l'architetto, si ostina a fingersi giornalista. Per 190 mila lire.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Vedrà, dottore non accadrà più. E' un caso eccezionale. Circostanze avverse, cattivi consiglieri, un momento difficile. Passerà</STRONG>".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Mi porti delle notizie</STRONG>".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"<STRONG>Domani. Tre pezzi le bastano? Cinque? Ho in macchina tutto il necessario</STRONG>".</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Guardo Piccolo che se ne va dal giornale con i suoi soldi in tasca. Il giorno dopo non vedrò nessun pezzo e nemmeno nelle successive tre settimane. In sei mesi Piccolo chiederà altri sei anticipi arrivando a metà anno con lo stipendio già pagato per l'altra metà. Ciononostante non avrà mai una lira. Con il vecchio Bmw smarmittato, la mortadella nel baule, i pochi articoli avvolti nella carta del pane. E il vestito grigio sempre più stazzonato</FONT></P>
				]]>
        </summary>

        <id>http://veleno.ilcannocchiale.it/post/56118.html</id>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://veleno.ilcannocchiale.it/post/56118.html"/>
        <published>2003-10-19T09:35:12Z</published>
        <updated>2003-10-19T09:35:12Z</updated>
        
          <author>
            <name>
              veleno
            </name>
          </author>        

          </entry>
      
      <entry>

        <title type="html"><![CDATA[IL VICECAPOSERVIZIO CHE SPUTAVA SULLA TASTIERA]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  <P align=justify><FONT size=2><STRONG>La storia narra un episodio accaduto alla fine degli anni Novanta alla redazione di Voghera del quotidiano La Provincia Pavese, di proprietà del gruppo Finegil Espresso La Repubblica,&nbsp;nel quale ero stato assunto qualche anno prima.</STRONG></FONT></P><BR>
<P align=justify><FONT size=3>Lo hanno nominato da una settimana vicecaposervizio. Redazione staccata di Voghera del quotidiano La Provincia Pavese, città con qualche migliaio di sonnacchiosi abitanti sparsi nella pianura della Lombardia. Quando entra in redazione il primo giorno del suo incarico ufficiale Ottorino Amilcare volge uno sguardo rapido ai colleghi e si piazza al suo tavolo di comando. Vuole che i collaboratori lo chiamino "vicecaposorevizio". Le nostre balle. Poche parole, sente nelle mani, nella mente, nelle vibrazioni del corpo la responsabilità che lo aspetta.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Certo la natura con lui non è stata generosa. Piccolo, tondo come una palla di cuoio, quasi calvo, quei pochi capelli che gli sono rimasti sono unti e disordinati, occhi piccoli e sfuggenti dietro un paio di lenti sporche, naso adunco, mani tozze, fronte lucida. Indossa una giacca grigio chiara che deve avere conosciuto tempi migliori, calzoni che cadono a fisarmonica sulle scarpe, una camicia, forse bianca, fuori dai calzoni, alone di sudore sotto le ascelle. E canottiera in trasparenza che mette in rilievo l?ampiezza della pancia. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Appena sistemato piazza sulla scrivania la foto della moglie con i due figli. Tanto perché si sappia. La moglie è graziosa, i figli decenti, forse Amilcare ha bevuto una pozione magica e ha subìto un'imprevista scomposizione molecolare. Da principe a rospo. Com'era prima non sappiamo, qui è un rospo. Anche nelle movenze. Salta, pesta i piedi, non ti guarda mai negli occhi. E' un rospo anche nei gesti meno eleganti. Il primo giorno è raffreddato. Tossisce e starnutisce senza pararsi la mano davanti. E passi. Ma quando deve soffiarsi il naso un restringimento prende lo stomaco di tutti. Non ha fazzoletti, non usa carta né stoffa, con un dito chiude una narice e con l'altra soffia. Come i ciclisti in corsa. Solo che lui scracca direttamente sulla tastiera del computer. La sua, per fortuna. Ha piccole manie anche nell'uso del bagno. Quando entra nel cesso tira lo sciacquone prima di utilizzare il servizio. Una specie di misura preventiva. Quando esce invece non compie lo stesso gesto. Apre la finestra e basta. Il punto d'onore del vicecaposervizio sono però i denti. Un po' cariati, ma lavati. Quando torna dall'intervallo s'infila nel solito bagno, tira il solito sciacquone, fa quello che deve fare ma non tutto, apre il rubinetto del lavandino e sfrega vigorosamente la dentatura, avanti e indietro, raschia, sputa e nel finale si esibisce in un grande spettacolo di gargarismi, il cui sonoro arriva fino in fondo alla redazione.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Questo è l'uomo, poi c'è il giornalista Amilcare, identico al primo. Quasi sempre irritato, irascibile, si muove a scatti, parla sovrapponendo le parole, cammina continuamente in redazione impartendo ordini, inventandosi servizi, cambiando opinione tre volte al minuto, incerto, medita ore su quale può essere la notizia del giorno, telefona alla moglie per chiedere consiglio. A Voghera non succede mai nulla. E ogni giorno Amilcare deve riempire cinque pagine di furti, piccole rapine ai pensionati, truffe da mercato, modifiche ai piani regolatori, liti politiche di quartiere. Un grammo di droga in tasca ad un marocchino va in prima pagina. Ma Amilcare ha l'ossessione dello scoop. Lo vuole ad ogni costo. Non importa come, importa che ci sia. Persegue il suo obiettivo con una tenacia sorprendente, si attacca alla più modesta delle notizie per trasformarla in una montagna. E se la notizia è un pallone bucato tanto peggio per gli altri. Lui continua a riempirne pagine intere, trasforma le smentite in atti d'accusa, non sposta di un millimetro la sua posizione iniziale. Anche quando tutto è palesemente contro di lui e contro le sue notizie gonfiate. E così ogni cronista di Voghera deve dimostrare sul giornale che Amilcare ha ragione e per farlo deve cambiare percorso nelle inchieste, modificare la sostanza degli avvenimenti, adattare i fatti alla tesi originaria del vicecaposervizio. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>E' una tarda mattinata di primavera quando arrivo e trovo il fotografo con un pezzo di mattone in mano. La sua attendibilità è piuttosto variabile. E' pagato a foto pubblicata. Dunque, può fare scatti su qualunque oggetto e in qualsiasi momento. Dipende dal compenso del mese. Quel giorno non si accontenta della foto, arriva con il mattone. Le maniche della giacca arrotolate sui gomiti Amilcare è già al telefono. Parla con la redazione centrale, fibrillazione in crescita. Tiene il tono della voce alto, sgambetta, agita le mani. Quel mattone posato sul tavolo è lo scoop dell?anno.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>"Ti dico che crolla il duomo!" urla a chi sta dall'altra parte del filo. La telefonata dura poco. Prende in mano il coccio, osserva la chiesa che si vede dalle finestre della redazione, fa un piccolo salto e si riattacca al telefono. "Guarda che va giù!". Riattacca, richiama e vuol parlare con il direttore. Il duomo è sempre lì. Da qualche secolo. Fatto e rifatto, non è un'opera d'arte, ma ai vogheresi piace anche così. Grande silenzio in redazione, Amilcare parla con il capo, lo vedo che mi fa segno di non togliermi la giacca. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Posa la cornetta: "Vai di filato dal parroco. Vogliamo tutta la verità! Il direttore è scatenato!". Ormai il processo d'innesco della miccia è avviato, per nulla al mondo Amilcare farebbe un passo indietro. In mano abbiamo solo un mattone, che assomiglia vagamente al colore di quelli che rivestono la facciata della chiesa, ma nulla più.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Esco, attraverso la piazza sotto folate di vento impetuoso, sento lo sguardo di Amilcare che mi segue. E' lì, in piedi, con la pancia fuori dalla camicia, che guarda. Giro l'angolo e m'infilo in sacrestia. Il monsignore e parroco del duomo è chiuso nel suo ufficio. Sì, effettivamente quel pezzo di muro di pochi centimetri è proprio del duomo. Lo sa anche il suo legittimo proprietario, è un frammento del cornicione che è crollato forse a causa di un piccione con le zampe pesanti o del vento di stamattina. O magari di un ristagno di acqua. Ma la chiesa è solida, stiano tranquilli i cittadini dice il monsignore.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Torno in redazione e Amilcare ha già impostato la pagina. Titolo, crolla il duomo. Gli spiego che è il bordo esterno del cornicione quello che ha sul tavolo, non la colonna portante dell'edificio. "Fantastico!" grida. </FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Alza il telefono. "Ci siamo. E' confermato, abbiamo in mano un mattone del tetto! Siamo in piena emergenza, va giù tutto!". Via libera dal direttore, Amilcare prepara il piano d'attacco. Si comincia dalla torre campanaria. Torno in chiesa con il fotografo. Il parroco non capisce l'insistenza, ma ha bisogno che si parli della festa che si terrà in chiesa tra due settimane. Perciò ci fa aprire la porta della torre dal sacrestano che mastica un paio d'insulti prima di mostraci la scala che porta in cima al campanile. Più o meno settecento gradini, alti più di cinquanta centimetri l'uno, ricoperti dallo sterco dei piccioni che nidificano all'interno della torre e che impauriti dal nostro ingresso spiccano un maestoso volo dal basso verso l'alto cagando a mitragliata sulle nostre teste. Mi riparo dai colpi infilandomi in un ripostiglio alla base delle scale. Poi comincia la salita. Un'impresa per me, che non arrivo al metro e settanta, e che ho un'apertura di gamba inferiore all'altezza di ciascun gradino. Li faccio tutti, venti minuti, tocco ogni parete, scandaglio ogni buco, osservo anche i più piccoli interstizi, dalle bifore che circondano la torre il vento sembra ancora più forte. Entra ed esce da una parte all'altra modulando fischi di varia intensità. Il campanile è interamente rivestito in cemento, non c'è traccia di pietrisco, di mattoni spezzati, d'incrinature, nulla che faccia pensare ad un crollo o ad una possibile minaccia di caduta. Nulla, zero assoluto. A parte la sporcizia, la cacca dei piccioni e qualche macchia di umidità la torre sembra più sana della faccia pallida di Battaglia.</FONT></P>
<P align=justify><FONT size=3>Quando rientro in redazione spiego nei dettagli l'escursione sui gradini, ma tutto è sistemato. La torre se non crolla oggi lo farà domani, ne parleremo per un mese, ogni giorno un mattone. Le grandi manovre di Amilcare sono già partite.</FONT></P>
				]]>
        </summary>

        <id>http://veleno.ilcannocchiale.it/post/56114.html</id>
        <link rel="alternate" type="text/html" href="http://veleno.ilcannocchiale.it/post/56114.html"/>
        <published>2003-10-19T09:32:04Z</published>
        <updated>2003-10-19T09:32:04Z</updated>
        
          <author>
            <name>
              veleno
            </name>
          </author>        

          </entry>
      
</feed>

